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la manifestazione di Vicenza, svoltasi nel migliore dei modi (ma c'era da dubitarne? in parte si. La profezia che si auto-avvera è uno sport che i catastrofisti praticano con eccellenza, specie se sono ministri dell'Interno - una lunga teoria da Scelba, e via via continuata con Cossiga, sino a Bianco, sino al dottor. Sottile Giuliano Amato ), ha segnato la demarcazione tra un fenomeno da non sottovalutare (l'eversione armata) e una società (quella civile), che ha dimostrato una volontà di esserci "a prescindere" dalle minacce e dagli allarmi.
Ma è su queste "nuove" Br che vorrei puntare l'attenzione.
Perché, a primo acchito, mostrano inquietanti similudini con il più famoso gruppo di lotta armata degli anni '70 (il primo nucleo di Brigatisti Rossi - quello fondato da Renato Curcio - nacque nel 1970, e prese piede a Milano, alla Pirelli).
Negli anni '70 si lottava per diminuire di mezz'ora - da otto ore e mezza ad otto - l'orario di lavoro alla Fiat (da sempre, nel nostro paese, l'emblema della fabbrica), all'epoca il sindacato aveva cominciato ad essere presente con le Rsu nelle aziende e sempre allora era la Fiom-Cgil il sindacato più rappresentativo tra le tute blu.
Negli anni '70 i giovani (studenti o disoccupati) rivendicavano un salario minimo (e la classe politica parlava di Austerità, quasi fosse una missione laica, soprattutto per il Pci di Berlinguer).
All'epoca la Chiesa s'era trovata a fronteggiare i referendum sull'aborto, dopo essersi scottata con quello sul divorzio.
All'epoca chi teorizzava e praticava la lotta armata credeva d'avere un appoggio dalla base (eterogenea, come abbiam visto, perché comprendeva sia gli operai - proletari a cui dare una coscienza di classe - che gli studenti, vero motore del dissenso negli anni di piombo).
All'epoca prima che si prendesse dolorosamente coscienza che il terrorismo fosse di matrice comunista (e in quanto tale puntava alla rivoluzione armata per cambiare la società ed ad una più radicale trasformazione del sistema produttivo) tutti pensavano che fosse una montatura dell'estrema destra con l'aiuto dei servizi segreti per sputtanare la Sinistra (specie quella extraparlamentare).
Secondo una logica perversa, l'ideologia dei BR, nonostante le complicanze teoriche, puntava a queste trasformazioni socio-politiche annientando non solo l'ipocrisia politica, ma anche la semplicità del buonsenso e lo fa attraverso la facilità della violenza: che sia il sequestro, la rapina, la gambizzazione, l'omicidio.
Quando nel '75, in quel di Torino, iniziò il processo al nucleo storico delle Br si verificò quello che è, a mio avviso, il corto circuito della teoria e della prassi della Lotta Armata.
Perché, con quel processo, si passa dalla clandestinità e le azioni di guerriglia ad un "confronto" con lo Stato (confronto coatto, visto che, per l'appunto, si tratta d'un processo).
Cos'è che fecero allora i brigatisti rossi?
Si considerarono "dirigenti politici" e sostengono che "la rivoluzione non si processa", ergo: non riconoscendo la legge dello "stato borghese" e non riconoscendone i tribunali non c'era ragione, a loro dire, d'avere avvocati per la difesa, giacché questi sarebbero stati semplicemente l'ennesimo ingranaggio del meccanismo d'un sistema che loro sentivano nemico. Sarà Maurizio Ferrari, il primo brigatista arrestato nel 1974, a leggere la dichiarazione: "Revochiamo il mandato di fiducia ai nostri avvocati, ci professiamo combattenti e come tali ci assumiamo collettivamente e per intero la responsabilità politica di ogni iniziativa passata, presente, futura. Affermando questo viene meno qualunque presupposto legale per questo processo".
Sin qua uno dice: vabbé, si difenderanno da soli.
(lo disse anche l'avvocato Franzo Stevens che, in occasione della sesta udienza sostenne che, secondo l'art.6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, i detenuti possono difendersi da soli).
Però l'istituto della difesa d'ufficio è un diritto inalienabile, un collegio di difesa si sarebbe comunque istituito, che le Br lo volessero o meno (anche perché negarglielo avrebbe significato, per paradosso, legittimare la loro "estraneità" alle leggi dell Stato).
E qui c'è la cosa più orribile, perché i brigatisti, per rafforzare il rifiuto della difesa d'ufficio, uccidono l'avvocato Fulvio Croce, presidente dell'associazione degli avvocati torinesi. Freddato sulle scale del palazzo dove ha il suo studio, in via Perrone 5.
Cinque colpi esplosi da una Nagant 7.62. Due in testa, tre in petto.
A premere il grilletto è stato Rocco Micaletto. In nome della giustizia proletaria.
Intervistato anni dopo da Giorgio Bocca, quando gli chiese se era proprio necessario uccidere l'avvocato Croce per dissuadere gli avvocati torinesi dal partecipare al processo, Mario Moretti, altro brigatista storico, rispose: "noi non abbiamo ucciso l'avvocato Croce come persona, ma la sua funzione".
E' in questa spiegazione che c'è tutto l'orrore dell'errore.
In che modo giustifichi una morte per una causa? Rendendola necessaria: ad esempio, nel caso della morte di Croce, perché era disfunzionale per il Sistema che vuoi rovesciare.
Passano gli anni e cambiano gli schemi.
Nell'89 cade il Muro di Berlino.
C'è Tangentopoli.
La discesa in campo di Berlusconi.
C'è l'11 settembre 2001.
Si parla di Impero, Globalizzazione, di lotta al Terrore.
Cambia il mercato del lavoro. Arriva l'esercito degli interinali. Ritorna il precariato, regolarizzato dalla riforma dell'art.30.
E c'è la morte di D'Antona e poi quella di Biagi.
Uccisi sempre dalle neonate Br in nome d'un'ideologia di "politica e lotta" che però è differente dalla politica e lotta di IRA o ETA, per dire: non ci sono territori da separare o riunificare, ma esiste perché vuole rovesciare rivoluzionariamente un Sistema che negli anni è cambiato più velocemente di questa stessa lotta.
Magari sono cambiati anche loro, i Brigatisti, almeno nella tecnologia (in questi giorni s'è scoperto anche un furgone superaccessoriato per gli appostamenti), e negli obiettivi, ma non nel Metodo che fa tutt'uno con la Teoria.
Perché è un metodo che dà sicurezza, nei suoi meccanismi di consorteria: la doppia-tripla vita, gli stratagemmi (inutili) per non farsi scoprire, i piani discussi a tavolino, gli allenamenti con le armi, il proselitismo. Tutto un armamentario immutato nei decenni, se non negli adeguamenti tecnologici (anche le armi sequestrate sono le stesse).
E' questa coerenza che, per quanto anacronistica, rende letali le nuove Brigate Rosse.
Fa niente se sono quattro gatti. Se i loro bersagli non sono più i caporeparti o i manager della grande industria, ma gli uffici di Sky di Murdoch o la Halliburton di Cheney. O i soliti giuslavoristi, come Inchino. O l'anticristo della seconda repubblica, Silvio Berlusconi. Fa niente se sembrano pagliacci. L'ho scritto e lo ripeto: "le pistole in mano ai pagliacci, sempre pistole restano. Un proiettile, quando parte e uccide, se ne fotte se chi lo spara, ha su un naso rosso. Rosso brigatista".
aneddoti
brevi
ce poco da ridere
celebrity s confessions
espropri culturali
ipse dixit
la palla e rotonda
newspapers
parliamoci addosso
personaggi
politichese
questa vecchia pazza rete
radioclown
ratzinger
sciamanesimo mediatico
shots
societa
tubo non catodico
tv ed altri soprammobili inutili
visto ascoltato letto
welcome to lucca