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Dopo cinque anni (finalmente, aggiungo) lo scorso 20 marzo è uscito Manituana (ed. Einaudi - Stile Libero, 17.50 euro), il nuovo romanzo di Wu Ming, il nome collettivo (anzi, il non-nome collettivo, visto che, in mandarino, Wu Ming questo significa "senza nome", quasi nell'osservanza di ciò che Stephen King scrisse tempo fa in un racconto presente in Stand by me: "E' la storia, non colui che la racconta") dietro cui cinque autori da diversi anni (cioé dal 1999, quando uscì Q, a firma Luther Blisset, altro "mitico" nome collettivo di cui Wu MIng è una delle dirette evoluzioni) scrivono storie, rileggendo la storia.
Questo romanzo narra di ciò che accadde dal 1775 al 1779 in quelli che sarebbero diventati gli Stati Uniti d'America: cinque anni in cui avviene il crollo della Lunga Casa, il nome che gli indiani danno alla Confederazione Irochese (fondata nel 1142 da cinque tribù - Mohawk, Oneida, Cayuga, Onondaga e Seneca). Quasi seicento anni dopo le Cinque Nazioni diverranno Sei, con l'ingresso nella lega dei Tuscarora nel 1713), diedero a quel territorio che sarebbe l'odierna Pennsylvania.
Una casa che potrebbe sembrare un condominio multi-etnico o una gigantesca Piazza Vittorio: infatti, oltre le sei tribù unite dalla lingua mohawk, c'erano coloni sudditi del britannico Re Giorgio III, in gran parte irlandesi e scozzesi - ovviamente questi arrivarono dopo - nel territorio della Lunga Casa, ma l'integrazione, non perfetta, ma neanche ostile, avvenne. Gli Irochesi presero - chi più, chi meno - quanto di buono c'era della cultura occidentale (filosofia, scienza, ma anche la lingua e la religione: vennero chiamati "gli ateniesi d'America"), fondendo tutto con le loro tradizioni, la loro cultura, ma ne presero anche i malanni (il vaiolo ed il rhum, giusto per citare due esempi emblematici), mantenendo forte però la loro identità di alleati: una cosa che avvenne molti anni prima gli eventi narrati (spiegato negli antefatti del libro e narrati anche in racconti nati parallelamente, di cui parleremo quando si affronterà la scrittura postmoderna del libro).![]()
Quando i coloni si ribellano per le tasse con cui vengon vessati dal Regno Unito (ribellione che ha il suo emblema nel Boston Tea Party del 1773 dove - ironia o provocazione - i coloni ribelli rovesciano in mare il carico di tè delle Compagnie delle Indie Orientali, travestendosi da indiani Mohawk), la Lunga Casa deve scegliere con chi schierarsi: e qui le storie dei personaggi diventano la Storia che conosciamo: i Mohawk - tribù che ha più legami con i britannici, visto che Joseph Brant Thayendanega - inteprete indiano, traduttore del vangelo in irochese, uno dei protagonisti - è cognato di William Johnson, l'irlandese che più s'era battuto per questa convivenza - sono dalla parte del Re.
Tanto da partire per la Gran Bretagna - Joseph Brent con il nipote Peter, figlio di William Johnson e di Molly, sorella di Brant, il guerriero Philip Lacroix Ronaterihonte, detto Le Grand Diable, tanto spietato in battaglia quanto fine conoscitore di Voltaire e Shakespeare - per avere il pieno sostegno del Re nonché la promessa di riconoscimenti, nella lotta che s'appresteranno a compiere contro i coloni ribelli.
E' questa parentesi "trionfale" in Gran Bretagna la parte più divertente del libro, ma anche la più inquietante: l'incontro con il Re che legittima l'erede di Johnson (tale Guy Johnson, personaggio ambiguo, invidioso dei successi del predecessore, incapace di decidere se non per la sua carriera) come responsabile del rapporto con gli Irochesi, ma anche la promessa appunto che gli Indiani verranno premiati per il loro schierarsi accanto al Regno Unito avviene in un clima ben descritto dai Wu Ming: l'aria malsana della capitale dell'Impero con le strade popolate da reietti e la dissoluzione (morale, ma anche economica) dell'aristocrazia inglese sotto il peso del fasto, della noia e dell'amoralità da un lato (una decadenza ben rappresentata in una festa organizzata dall'amaramente ironico Lord Warwick, dove gli ospiti indiani sono visti come attrazione esotica), e, dall'altra parte, dalle preoccupazioni dei Poteri
Forti (economici) dell'epoca che vedono nell'ostinazione del Re a non perdere le colonie d'oltreoceano un capriccio che va contro l'unica legge che davvero conta: quella del mercato (verrà citata, durante una delle conversazioni di questi Poteri Forti anche Adam Smith, il padre putativo del capitalismo che proprio nel 1776 pubblicò La Ricchezza delle Nazioni, testo fondamentale per la rivoluzione dell'economia occidentale).
Tutto precipiterà col ritorno in patria della delegazione indiana, in un crescendo di violenza che non ha nessun altro scopo se non la vendetta. Su tutto questo aleggia come unica speranza l'immagine di Manituana, patria leggendaria nata dalle mille isole cadute dal cielo.
Ecco: leggendo (anche) leggende e scrivendo, una scrittura postmoderna (abusatissimo termine intorno a cui si tiene un dibattito che par'anch'esso postmoderno) che racconta uno dei tanti finali possibili - non della Storia come la conosciamo, ma delle storie che nella Storia si infilano - una scrittura che dà sangue, linfa, nervi, ossa, pulsioni, pensieri, sentimenti, insomma dà la vita a ciò che gli storici e gli studiosi fissano in una cronologia magari fedele (almeno fedele all'assioma "la storia la scrivono i vincitori", che non sempre è veritiero), ma sovente asettica: e questo può diventare pericoloso, visto che a volte si confonde un linguaggio ufficiale, o la parola dell' "expertise" sic et sempliciter con la verità dei fatti.
Avviene così che più passa il tempo, più si ha la possibilità di cercare nuove tracce, formulare nuove ipotesi, introdurre nuove teorie.
E qui che la "Storia-scritta-dai-vincitori" perde la sua efficacia: se spuntano teorie revisioniste (comprese quelle negazioniste) allora significa che la Storia viene ri-scritta a seconda delle convenienze di parte e che la versione che alla fine la vince è quella che ha dietro le spalle non solo (o non più) le ragioni più plausibili, ma anche - e soprattutto - la maggiore forza per sostenerle (per cui si potrebbe correggere l'aforisma dicendo che la Storia la scrivono quelli che più si impegnano a sostenerne la propria versione, con tutti i mezzi, a volte cruenti).
In Manituana non c'è alcun intento revisionista: la forza sovversiva del romanzo sta nell'ineluttabilità di quel che avviene: raccontare come declina rovinosamente l'Atene d'America, dove i valorosi e i puri sono travolti non solo dall'errore delle loro scelte (appoggiare Re Giorgio III quando la Storia va da tutt'altra parte), ma dalle proprie debolezze che siano la furia della vendetta, che sia la cupidigia, l'ipocrisia, la vigliaccheria, l'opportunismo: insomma i difetti umani che sottendono le sconfitte.
Sconfitte ancora più evidenti quando si leggono le scelte degli Eroi che diventano ancor più tragici perché presagiscono la disfatta, ma continuano ad andare avanti, evidenziando ancora una volta che Triste è la Terra che ha bisogno di loro.
ondo londinese, lo si fa con uno slang che recupera termini della strada di quel periodo e di quella città, ma è anche un omaggio allo slang dei drughi de l'Arancia ad orologeria di Anthony Burgess.
aneddoti
brevi
ce poco da ridere
celebrity s confessions
espropri culturali
ipse dixit
la palla e rotonda
newspapers
parliamoci addosso
personaggi
politichese
questa vecchia pazza rete
radioclown
ratzinger
sciamanesimo mediatico
shots
societa
tubo non catodico
tv ed altri soprammobili inutili
visto ascoltato letto
welcome to lucca