martedì, 08 maggio 2007
di Nick24

Un articolo di Francesco Merlo apparso su la "La Repubblica" di Venerdì 4 Maggio 2007

Seppelliti dagli strepiti per una violenza, pretesa e virtuale, contro il Papa, abbiamo tutti colpevolmente messo la sordina alla sola violenza, reale e fattuale, del Primo maggio: quella contro il disarmato e disarmante Mario Segni. Eppure, l’aggressione fisica, in piazza san Giovanni a Roma, al più mite degli italiani; il raid dei giovani di Rifondazione contro “l’uomo delle firme”. L’assalto al mansueto Professor Referendum è una campana che dovrebbe suonare per tutto il Paese, perché è una di quelle violenze contro l’inerme e l’innocente che hanno segnato la parte più odiosa della storia d’Italia. Ancora più strano è che questa aggressione, carica di simboli e di significati, sia invece, nel migliore dei casi, finita tra le notizie brevi, raccontata come una bizzarria del festoso primo maggio e non come una violenza politica ispirata da una politica della violenza. È vero infatti che la violenza è sempre riprovevole, ma diventa orribile quando si accanisce contro un vecchio filosofo (Gentile) o quando bestialmente si rovescia su un intellettuale armato solo di critica (Gobetti). Certo, qui siamo, grazie al cielo, ben lontani dall’esito letale, dall’omicidio; qui alla fine nessuno si è fatto veramente male. Ma l’aria di famiglia è la stessa. C’è infatti la stessa intolleranza: «Ehi, Segni, questa piazza è nostra, tu non puoi starci»; c’è la viltà dei tanti contro i pochi: «Cosa ci fai, tu, democristiano, tra le nostre bandiere?»; e, ancora, c’è la ferocia dei giovani contro il vecchio, e poi gli spintoni, le mani che si alzano per colpire, i bastoni, i tavoli rovesciati, le carte stracciate e le firme sottratte, una folla di altri giovani ostili che si gode lo spettacolo, l’odio per chi ha un pensiero diverso dal tuo: «Cacciamo via questo qualunquista». Ecco: del fascismo quel che non ci piace non è il sistema delle corporazioni, ma è questo, è la viltà.

Gli aggressori sono estremisti di sinistra, «sicuramente erano militanti di Rifondazione» conferma Mario Segni. Insomma erano giovani comunisti che ovviamente sono scappati e che davvero sembrano usciti da una drammatica parodia delle squadre fasciste, aizzati come fossero dei cani contro un uomo che da venti anni coltiva il sogno di cambiare la sostanza degli italiani cambiando la loro forma elettorale. E che adesso, dopo essere diventato nonno, invece di fare il referendario in pensione, e magari anche il padre della patria, è di nuovo per strada a raccogliere firme, a fare cioè la cosa più ingenua che si possa fare in politica, che è rapporto di forze, è potenza. Picchiare un uomo così, un professore che lavora sullo spirito, sull’immaginario, sull’idea ossessiva che la cultura diventi il pane della politica, che il codice della cultura possa essere applicato alla politica; picchiare, insomma, Mario Segni è la prova definitiva che non ci sono più tra di noi, come negli anni di piombo, ragazzi che si trasformano in criminali della politica perché ubriachi di politica, ma solo ragazzi ubriachi che fanno politica. Perciò la sera del primo maggio ce li immaginiamo, questi giovani aggressori di Mario Segni, mentre festeggiano all’osteria, come facevano i “bravi” manzoniani e come facevano appunto gli squadristi che picchiavano i professori, i sognatori, i deboli e poi, via, al bordello, a brindare per ogni testa che avevano spaccato. Quelli, che erano gli arditi di Mussolini, almeno avevano l’abitudine di tenere il mento in su, mentre questi che dicono di essere i comunisti di Bertinotti quando occorre usano il passamontagna.

È vero che Bertinotti ha scelto la non violenza e che “fa l’indiano”. E però, prima dell’aggressione, ha detto ai suoi militanti che «il referendum mina le basi della democrazia » e, solo dopo l’aggressione, ha spiegato loro che «la raccolta delle firme deve comunque essere garantita». Prima ha detto una cosa sconsiderata, ben più sconsiderata e violenta delle battute sul Papa pronunziate dal presentatore Rivera sul palco del primo maggio, e solo dopo Bertinotti ha parlato come il filosofo scalzo, quello consegnato al recente ispiratissmo libro La città degli uomini. Prima ha armato ideologicamente gli anfibi dei suoi ragazzi e poi ha fatto il saggio gandhiano. Ma si può ancora accettare questo gioco con la verità, con le due verità, con l’ossimoro, con il nicodemismo? Ed è possibile che gran parte della cultura e del giornalismo italiani debbano ritenere insignificante tutto questo e indignarsi invece perché un sedicente comico, senza fare ridere, ha stanato l’arroganza dell’Osservatore romano? Chi è stato più comico: il presentatore Rivera o l’Osservatore Romano? Qualcuno dice che anche questo altro referendum di Mario Segni sia, politicamente parlando, molto importante. E, certo, Rifondazione ha tutto il diritto di pensare che un sistema maggioritario vada evitato e che bisogna invece continuare a vivere in regime di democrazia assembleare. A noi, che non crediamo più alla forma che cambia la sostanza di un Paese, ci interessa solo che è stato picchiato Mario Segni, l’uomo che incarnò per un momento l’alta illusione collettiva di trasformare tutti i politici italiani, compreso se stesso, in agili e leggeri trasvolatori, in tanti Icaro a cui attaccare le ali di cera della modernità, del mito anglosassone, della civiltà del maggioritario, dell’alternanza e della stabilità.

Gli estremisti sanno che Segni non dispone di una massa critica, che non esiste in Italia il mariosegnismo e perciò credono che si possa fare davvero a Segni quel che a Bagnasco si minaccia sui muri, perché Segni non ha clero, non ha uomini nelle commissioni, negli enti locali, in Parlamento e neppure fa paura ai giornali. Si sa: Segni è quello che ha perduto l’occasione, che è politicamente un ingenuo, che è fuori ed è oltre. Se fosse un colore sarebbe il celeste che i bertinottiani di piazza San Giovanni considerano stinto, un blu indebolito, ma che per molti altri italiani potrebbe essere altezza, o cielo; e se invece fosse un sapore, Segni sarebbe la vaniglia, che gli squadristi di piazza san Giovanni considererebbero dolciastra indecisione e altri sobrietà e festa di nuances. Così in politica l’altra faccia dell’ingenuità e della superfluità è l’innocenza, è la pulizia. E va bene che siamo in tempi di politica semplificatoria che, a testa bassa, non sopporta le mediazioni e le articolazioni complesse, ma i fantasmi di combattimento, gli scarti di piazza San Giovanni ci parlano di un’Italia e di un’ennesima forma di violenza che in fondo non ci aspettavamo, ma che esiste e con la quale dobbiamo imparare a convivere, come ci accade con gli incidenti stradali. La politica della violenza, che era levatrice di storia, è ormai violenza senza politica, affronto che galleggia sulla storia. Chi, come Mario Segni, l’ha subita, ci dice che «non è successo niente», esattamente il contrario di chi, come l’Osservatore romano, non l’ha subita. Ma forse Segni parla così solo perché non capisce una violenza che non ha più neppure il conforto di un ragionamento politico che la renderebbe meno bruta e ingiustificata. Comunque, adesso lo sappiamo: nella nostra politica ci sono anche gli scarti di piazza San Giovanni. È come l’immondizia che non riusciamo a smaltire.

giovedì, 05 aprile 2007
di Nick24

a

Marcello Pera, senatore di FI (ahime...), filosofo popperiano, amico personale di Benedictus XVI e anche concittadino di un famigerato autore di questo blog (temo ritorsioni infatti), sulla Stampa di oggi offre uno spunto di riflessione interessante sul modo di rapportarsi laico con la Chiesa. Poi la smetto di tediarvi....

domenica, 31 dicembre 2006
di DanieleLombardi

Ogni anno in questo periodo rispolvero questo prezioso e intelligente scritto di Antono Gramsci. La voglia di farlo è troppo grande notando quanto si danno da fare, sia fiiscamente sia economicamente, milioni di essere umani per festeggiare tutti la stessa cosa: il fatto che li rimane un anno in meno da vivere.

Odio i capodanni

Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.

Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un'azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.

Dicono che la cronologia è l'ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch'essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell'età moderna. E sono diventati cosí invadenti e cosí fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l'umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Cosí la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa la film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell'animalità per ritrarne nuovo vigore. Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.

Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell'immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno piú nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d'inventario dai nostri sciocchissimi antenati.
1° gennaio 1916, di Antonio Gramsci, da Avanti! ed. torinese, rubrica Sotto la mole

giovedì, 11 maggio 2006
di DanieleLombardi

E' stranamente (ma nemmeno tanto) passato sotto silenzio l'uscita di un bel libro di Gianni D'Elia, Il Petrolio delle stragi, che cerca di ricostruire le vere cause dell'omicidio di Pier Paolo Pasolini, disegnando sullo sfondo un perfetto affresco di quella che era l'Italia degli anni '70, gli intrecci del potere dell'ENI e le intuizioni di Pier Paolo Pasolini sulla morte di Mattei che, secondo D'Elia, gli valserò la sua condanna a morte. Un libro-inchiesta, interessantissimo ed illuminante che pone le basi per lariapertura dell'omicidio Pasolini. Ecco una bella recensione di Flavio Santi direttamente da Liberazione di oggi.

L’omicidio di Pier Paolo Pasolini e il cuore di tenebra dell’Italia

Flavio Santi
La notte del 2 novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia Pier Paolo Pasolini, attirato in un agguato, fu massacrato da una banda di sicari siciliani perché conosceva il nome del mandante dell’omicidio di Enrico Mattei. Lo conoscevano anche il giornalista del quotidiano L’Ora Mauro De Mauro, sparito nel nulla il 16 settembre 1970, e il giudice Pietro Scaglione, che su De Mauro indagava. Il mandante era il successore di Mattei all’Eni, Eugenio Cefis, temutissimo e vorace uomo di potere, futuro presidente dell’Eni e poi della Montedison, coetaneo di Pasolini e suo corregionale (era di Cividale del Friuli), morto nel 2004.

Chi tocca Mattei muore. Perché scende nel cuore di tenebra dell’Italia, fatto di corruzioni, complicità politiche e industriali (da un appunto del Sismi, Cefis risulta il fondatore della Loggia P2), servizi segreti deviati, golpisti (Cefis fu indicato come finanziatore del fallito golpe Borghese del 1970), stragi di massa usate come strumento politico (in un discorso del 1986 a Salsomaggiore Amintore Fanfani, cui Cefis era legato profondamente, definì la morte di Mattei «il primo gesto terroristico nel nostro Paese»: ma da dove gli veniva tutta questa certezza, visto che solo dieci anni dopo, nel 1997, il pm Vincenzo Calia giunse alla conclusione dell’incidente doloso?). Se poi aggiungiamo che negli ultimi anni di vita Cefis si era interessato a società televisive (già in passato aveva tentato di scalare il Corriere della Sera, proprio negli anni in cui vi scriveva Pasolini...), e che una delle società accomandanti della Edilnord Centri Residenziali, già Edilnord s. a. s. del socio piduista Berlusconi, si chiamava Cefinvest... Semplici, per quanto inquietanti, casualità?

Questo è quanto emerge dal coraggioso libro di Gianni D’Elia, Il petrolio delle stragi (Effigie, pp. 80, euro 10,00): laddove la giustizia tace - ricordiamo la chiusura lo scorso settembre, repentina e immotivata, da parte della Procura di Roma del fascicolo sull’omicidio Pasolini, a pochissimi mesi dalla riapertura -, sono gli intellettuali, quei pochi rimasti vigili in questo Paese che li detesta e li disprezza fino a ucciderli, a farsi carico della giustizia. Perché la porta della giustizia, come ricorda Walter Benjamin emblematicamente citato da D’Elia, è lo studio, la volontà di capire. E se i tribunali chiudono porte e indagini, non può e non deve tacere l’intelligenza dell’intellettuale e la sua ricerca della verità. Ma, come già sapevano gli antichi, la verità genera odio. Odio omicida, nel caso di Pasolini - come scrive D’Elia: «Pasolini con Petrolio ha scritto la critica dell’economia politica delle stragi in Italia, prefigurando il passaggio dal regime di Cefis (nell’ombra) al regime del Caf (Craxi-Andreotti-Forlani) e poi di Berlusconi».

Odio censorio e repressivo nel caso del libro di D’Elia, la cui recensione è stata “sconsigliata” nelle redazioni dei principali quotidiani nazionali (e sappiamo che ci sono mille modi, uno più subdolo dell’altro, per mettere a tacere una notizia). Come dire: Mattei, e quanto ne consegue, fa paura ancora oggi.

Il libro si avvale di una documentazione importante, innanzi tutto le carte giudiziarie di Vincenzo Calia sul caso Mattei, dove si legge: «Anche Pier Paolo Pasolini aveva avanzato sospetti sulla morte di Mattei, alludendo a responsabilità di Cefis». Ecco il passo di Petrolio in questione (di una lucidità impressionante): «Troya (il nome romanzato di Cefis) sta per essere fatto presidente dell’Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore (caso Mattei, cronologicamente spostato in avanti)».

Le fonti di Pasolini erano molteplici. Innanzi tutto un libro scottante, fatto subito sparire: Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente di tale Giorgio Steimetz (presumibilmente pseudonimo di Corrado Ragozzino, titolare dell’Agenzia Milano informazioni, che stampò il volume, oggi introvabile). Pasolini lo parafrasa costantemente; basti pensare alle società amministrate da Troya/Cefis: la reale “Iniziative Partecipazioni Immobiliari” è trasfigurata in “Immobiliari e Partecipazioni”, “DA. MA” in “Am. Da”, “System-Italia” in “Pattern italiana”. L’altra fonte fondamentale, questa volta orale, è il senatore democristiano Graziano Verzotto, presidente dell’Ente minerario siciliano, cui l’Eni di Cefis aveva impedito la costruzione di un metanodotto tra l’Africa e la Sicilia. Legami pericolosi, di cui Pasolini era ben conscio, tanto da dire nell’ultima intervista a Furio Colombo, uscita postuma l’8 novembre 1975: «Lo sanno tutti che io le mie esperienze le pago di persona (...) continuo a dire che siamo tutti in pericolo». Verzotto riuscì a sfuggire a un attentato nel 1975 (tetra coincidenza), e così affermò all’epoca il suo legale Ludovico Corrao: «Siamo convinti di trovarci al centro di una congiura spietata, con obiettivi di giustizia sommaria». La stessa al cui centro si trovò Pasolini (si pensi, a riprova del tutto, che De Mauro venne eliminato per molto meno).

Delle dinamiche che avevano portato all’agguato in cui cadde Pasolini si sono già occupati con dovizia di particolari Gianni Borgna e Carlo Lucarelli nel numero di Micromega dedicato a Pasolini (n. 6, 2005), e D’Elia non manca di tornarci: il furto delle pizze del film Salò e la relativa promessa di restituzione furono la trappola che attirò il poeta fino a Ostia. Lì la carneficina. Il “concorso di terzi” era risultato così evidente dalla perizia del professor Durante e da altre incongruenze da essere subito riconosciuto nel primo grado di giudizio - e poi inspiegabilmente respinto in seguito. E comunque nel maggio 2005 Pino Pelosi, ritrattando, lo ammise.

Dunque i tasselli pian piano stanno tornando; ne mancava uno, il più delicato, incerto e pericoloso: il motivo. D’Elia raccoglie una serie di elementi estremamente probanti, che se non sono il suggello - questo spetterà alla giustizia: a questo punto parrebbe doverosa la riapertura del caso e l’acquisizione del libro di D’Elia agli atti - sono comunque un passo in avanti decisivo per uno dei casi più scandalosi di depistaggio nella storia d’Italia.

Questo il quadro d’insieme, poi ci sono tanti singoli punti che non tornano, e non fanno che rafforzare i sospetti: che dire, ad esempio, del paragrafo, a quanto pare risolutivo, “Lampi sull’Eni”, dato da Pasolini per già scritto in un passaggio del romanzo, e invece mancante? Venne trafugato? Secondo la testimonianza di Guido Mazzon, cugino del poeta, sì e fu Graziella Chiarcossi, nipote ed erede di Pasolini, a dirglielo («sono venuti i ladri, hanno rubato della roba, gioielli e carte di Pier Paolo»). Di recente la Chiarcossi si è affrettata a smentire il tutto e ribadire, con singolare insistenza, che di Petrolio non manca una virgola. Perché tanta sollecitudine?

Dal libro di D’Elia esce il ritratto di un’Italia ignobile, che mente su se stessa, si autoassolve, corrompe e falsifica. Il primo danneggiato è il cittadino, che a tutt’oggi non ha un quadro nitido degli anni di piombo e delle stragi di massa. Così, per concludere, facciamo nostra la richiesta dell’autore: che il prossimo governo abolisca finalmente il segreto di Stato per i reati di strage e di terrorismo.

venerdì, 10 marzo 2006
di DanieleLombardi

Segnalo questo ottimo corsivo preso in presito da corsera.it sulla vicenda Luxuria-Mussolini. Direi che è illuminante. 

La Luxuria di Mussolini

Basta poco per capire che Vladimir Luxuria è una persona gentile e di animo buono.Basta poco per capire che gli occhi da bue ereditati dal nonno di Alessandra Mussolini sono gli stessi torvi che si occupano delle proprie cose più che di quelle altrui. Alessandra Mussolini ieri sera a Porta a Porta ha inveito contro la sessualità di Luxuria,ma forse era l’odio per la capacità del signor Guadagno di cambiare pelle,identità,autonomia rispetto ai riflessi paranoici della società progressista o come amerebbe definirla Chomsky civilizzata.Il fascismo brutale contro l’evoluzione del codice genetico dell’uomo,l’invidia contro la trasposizione della propria spiritualità,il truce pessimismo dei violenti contro l’alito candido del vento.

Vladimir Luxuria ha l’aspetto degli angeli,è un uomo e una donna di Dio contro cui il mare in burrasca può soltanto infrangersi e lamentarsi della propria idiozia.
La Casa delle Libertà perde con ieri sera la sua ultima spiaggia,mostra i denti canini dei personaggi avidi che si nutrono dei propri simili,una tarantella che cerca consensi anche nelle enfasi oltranziste impersonificate dalla nipote del Bue.
La casa delle Libertà è come una grande Repubblica di Salò in cui la caprofogia nutre le anime assetate di potere e successi. L’anima flebile di Luxuria è stata grandiosa,la sua personalità edificante,mai come ieri sera ho capito che la nevrastenia sessuale degli impotenti possa condurre alla follia le persone.
Di Alessandra conosco quel tanto per capire che la bella attrice tette al vento con i denti troppo pronunciati abbia imboccato la strada della politica da pescivendola come unica alternativa alla sua penosa condizione sociale,soffocata dal traffico del suo mezzanino di Viale Regina Margherita. Un’altra pasta da quella della madre,fievole,leggiadra,per nulla attratta dal successo e del potere,in palese contrasto con la sua più conosciuta sorella Sophia. Alessandra è divenuta ricca con la politica,abita in una grande villa coloniale fascista,ha raggiunto la sua esegesi fuoriuscendo da Alleanza Nazionale ma oggi incarna il mito degli impotenti e dei finocchi imboscati tra i virilissimi uomini del Duce.

Vladimir appare un angelo e lei appare un bue perduto nel disincanto della fatale brutalità dello scontro politico in cui è caduta insieme ai suoi degni compari di avventura come Francesco Storace. Se c’è una cosa che deve evitare la politica è senz’ altro quella di provocare la nausea tra i cittadini,le persone che tutti i giorni conquistano la loro tranquillità. CDL ha perduto le staffe,eppure difronte hanno semplicemente dei somari come Piero Fassino o Massimo D’Alema. Questa appare quanto mai una storia di somari e buoi,una storia sordida del medioevo contadino italiano,in cui la fiamma dell’argilla,della pochezza della sensibilità alle volte illumina il cielo,il cammino degli uomini,segna una strada un solco,in cui anche famiglie eterosessuali come la mia sapranno seguire.

mercoledì, 28 dicembre 2005
di DanieleLombardi

Ogni anno in questo periodo rispolvero questo prezioso e intelligente scritto di Antono Gramsci. La voglia di farlo è troppo grande notando quanto si danno da fare, sia fiiscamente sia economicamente, milioni di essere umani per festeggiare tutti la stessa cosa: il fatto che li rimane un anno in meno da vivere.

Odio i capodanni

Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.

Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un'azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.

Dicono che la cronologia è l'ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch'essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell'età moderna. E sono diventati cosí invadenti e cosí fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l'umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Cosí la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa la film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell'animalità per ritrarne nuovo vigore. Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.

Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell'immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno piú nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d'inventario dai nostri sciocchissimi antenati.
1° gennaio 1916, di Antonio Gramsci, da Avanti! ed. torinese, rubrica Sotto la mole

martedì, 20 dicembre 2005
di DanieleLombardi

Da carmillaonline ho trovato questo simpatico e tragico articolo sul triste destino di alcuni protagonisti dei telefilm degli anni '80. Da Arnold a A-Team dalla Casa nella prateria ai Bradford. Un piccolo resoconto come la Tv a volte porti davvero sfortuna.

La sindrome della sfiga televisiva
di Giuseppe Genna

arnold.jpgArnold, avete presente quello con le guanciotte? Era il protagonista della fiction Il mio amico Arnold. Era un bambino di colore paffuto, simpatico, una peste. Arnold aveva un fratello, Willis (a cui lui diceva sempre “Che cosa stai dicendo, Willis?”), e insieme a lui era stato adottato dal signor Drummond, un bianco rimasto vedovo, che aveva una figlia bianca, Kimberly. Vivevano in un attico davanti alle Torri Gemelle. Arnold e Willis erano un problema per Kimberly, una razzista al cui confronto George Bush è Nelson Mandela. Il signor Drummond non aveva polso. Kimberly vessava i due fratellastri di colore come Rumsfeld vessa tutti gli afghani. Il telefilm intendeva dire che non bisogna mai essere razzisti, una cosa che chiunque ha già detto in tv e per questo siamo qui a metterlo in guardia.

 

_39382696_gub_afp.jpgArnold era un bambino simpatico, si suppone che sia diventato un adulto simpatico. Ecco, non proprio. Non nel senso che ha perso la simpatia. Nel senso che non è mai diventato adulto. E’ rimasto per sempre così come lo si è visto. Si chiama Gary Coleman. Quando ha iniziato a girare Arnold, era già affetto da questa malattia, che si chiama lupus nephritis, un disguido del sistema immunitario, una forma di nanismo che ti mantiene sempre con l’aspetto di un decenne.
Se lo vedete adesso, Arnold è uguale ad allora, anche se ha la mia età, trentasei anni. Ora, nella statistica della sfiga di Arnold, questo dato non è significativo. Nel senso che non si può attribuire questa sfiga del nanismo al fatto che Gary Coleman abbia girato una fiction tv: lui, questa sfiga, ce l’aveva già prima. Ha subìto diverse operazioni prima dei cinque anni, due trapianti non riusciti e a tutt’oggi è in dialisi. Però quello che gli è successo dopo, questo sì rientra nella sfiga causata dal telefilm.
Tenete presente che, all’apice del successo di Arnold, Arnold guadagnava settantamila dollari alla settimana. L’America impazziva per lui. Appena finisce Arnold, però, Gary Coleman crolla. Iniziano a farlo crollare i suoi genitori: sperperano in un anno tutti i guadagni del figlio nano, cioè quattro milioni di dollari. Come avranno fatto? Cosa avranno comperato? Comunque, Gary si ritrova malato e povero. Si indebita e va in rosso di settantaduemila dollari. Uno dice: sarà per le cure. No: ha contratto una dipendenza da modellini di treni.
Ne compra a centinaia. Tutta la sua casa è invasa da binari che si intersecano, scambi ferroviari in miniatura. Lui addirittura sale su un trenino della sua taglia e gira per le stanze. Si dà all’erba: fuma come un disperato. Assicura che è per lenire i problemi di salute. A un certo punto, abbandonato dai genitori a cui ha fatto causa, Arnold deve trovarsi un lavoro, altrimenti è il fallimento. Diventa guardia giurata. E’ la sua rovina.
Mentre sta facendo sorveglianza in un grande magazzino, un’enorme cicciona lo nota, lo riconosce, gli chiede un autografo, Gary Coleman firma un foglio, lei pretende una dedica, Gary Coleman dice che basta così, lei lo mette all’angolo, lui la insulta. Meglio: gliene dice di tutti i colori. La cicciona lo pressa, nel senso che lo schiaccia contro una parete, è enorme, Arnold soffoca, allora le tira un pugno in un occhio. Gary Coleman, denunciato per oltraggio e violenza, va a processo. Lo condannano, deve pagare circa duemila dollari e frequentare un corso di elaborazione della rabbia per persone violente. E’ alto uno e quaranta e frequenta questo corso insieme ad aspiranti assassini e dropout che hanno preso a pugni moglie e figli.
Nel 1999 rilascia un’intervista alla rivista Us, sostenendo di essere ancora vergine a trentuno anni.
Passa a fare il venditore di auto. Alla disperata ricerca di un successo perduto, fa quello che fanno tutti gli attori sfigati: si candida per una carica politica, quella di governatore della California. Deve affrontare Schwarzenegger che, non avendo mai partecipato a una fiction televisiva, non soffre della sindrome da sfiga dei telefilm. E’ il 7 ottobre 2003, quando la CNN annuncia che Schwarzy ha vinto con quattro milioni e mezzo di voti. Ad Arnold ne sono andati quattordicimila.
Il telefilm Arnold è il Vajont della tv occidentale, la Waterloo del divismo americano, il D-Day del nazismo telegenico. Arnold è l’opera d’arte della sfiga, un Picasso della malasorte, un Van Gogh della sfortuna.

kimberly.jpgPrendete la sorellastra bianca di Arnold, Kimberly, la figlia del signor Drummond. La interpretava l’attrice Dana Plato. Era carina, sempre col fiocchetto e la gonna scozzese. Molto pulita, bianca, disciplinata. La perfetta ragazza della porta accanto. Solo verso la fine della serie tv era un poco ingrassata, ma niente di che. Ma non era ingrassata: era incinta. Si era sposata di nascosto con il rocker Lenny Lambert e di lì a poco era rimasta gravida. Quelli di Arnold l’hanno licenziata subito. Di lì, una tragedia senza fine.
Appena le nasce il figliolino, lei torna a bussare alle porte di Arnold. Il produttore si convince e la riassume: il ritorno di Kimberly farà fare un salto di audience. Col cavolo: la serie viene chiusa di lì a poco. Passa un anno e l’amatissima mamma di Dana Plato muore di leucemia. Una settimana dopo la morte della mamma, il marito di Kimberly la molla e sparisce.
Siccome è sola e povera e ha il figlio a carico, Dana Plato accetta di esibirsi nuda su Playboy. La mossa non si rivela azzeccata: la sua carriera langue, nessuno la chiama più e lei viene arrestata nel corso di una rapina a mano armata in un videostore. Viene condannata a cinque anni di prigione, glieli abbonano, il suo caso commuove il pazzesco cantante crooner di Las Vegas Wayne Newton, che le regala tredicimila dollari (si tratta di un tizio che soffre di una forte dipendenza da operazioni di chirurgia plastica e che spunta davanti agli occhi degli italiani nel film con Clooney e Pitt, Ocean’s Eleven).
La rovina di Dana Plato, però, non si ferma davanti a nulla; anzi, accelera. Viene arrestata per contraffazione di una ricetta medica che prescrive Valium - uno psicoformaco tipo Tavor che si usa però anche come droga - oltre che per violazione di libertà condizionale, e si fa trenta giorni di galera. Esce di prigione e frequenta una comunità per tossicodipendenti. C’è un altro tipo di tossicodipenza da cui non riesce a liberarsi: la tv. Recita in B-movie televisivi come Bikini Beach Race. Appare in un videogioco. Partecipa a film a luci rosse. Diventa lesbica: fa outing sulla rivista di orgoglio saffico Girlfriends. Partecipa a una parodia softcore di Arnold. Si fa fotografare mostrando i buchi da eroina all’avambraccio.
Si suicida con un’overdose in una roulotte l’8 maggio 1999. Suo figlio e il suo ultimo convivente si sono disputati la proprietà della roulotte in tribunale.
Questa è la sorte che tocca a chi gira una fiction tv! Si parla di Arnold per fare un esempio estremo. Anzi, di più che estremo, perché non rientra tra i normali estremi il fatto che persino Willis, il fratello maggiore di Arnold, abbia vissuto un martirio allucinante anche lui.

willis.jpgL’attore che faceva la parte di Willis si chiama Todd Bridges. A sei anni, del tutto ignaro dell’esistenza della sindrome di Bershowitz, vede alla tv la fiction Sanford & Son (quella con Lamont, il figlio del robivecchi Sanford) e decide di fare l’attore. Non immagina cosa lo aspetta, cioè esattamente quello che attende l’attore che interpreta Sanford, Red Foxx, morto di multinfarto tra atroci dolori, solo e disperato.
Todd Bridges fa Willis e di colpo diventa miliardario. Tocca l’apice con la partecipazione straordinaria a una puntata di Love Boat, per cui lo strapagano. Prima che Arnold finisca, Todd Bridges, che ha iniziato a farsi le canne da un paio di anni, denuncia la polizia di Los Angeles per molestie. Da questo momento inizia ad avere problemi di ordine automobilistico: viene accusato di estorsione a un venditore d’auto; viene arrestato per guida senza patente; viene sorpreso mentre cerca di rubare una macchina; viene denunciato per non avere pagato il conto di una compravendita di un’automobile. Lo accusano di rapina a mano armata, ma se la cava. Abusa di una convivente. Viene arrestato per possesso di droga. Torna ad avere problemi con le auto: usa la macchina prestatagli di un amico per sfondare un videostore dopo un alterco. Poi fa retromarcia. Poi ingrana la prima e rientra nel videostore. Quindi subisce l’illuminazione: diventa il conduttore di una trasmissione televisiva evangelico-cristiana, sulla rete TBN, Trinity Broadcast Network.
La fiction tv uccide. Non pensate neanche lontanamente che quello di Arnold sia un caso isolato. La casistica è sterminata, migliaia di tragedie personali da partecipazione a fiction televisive!
Baretta, ve lo ricordate? Il pulotto italoamericano con la coppola e la maglietta e i bicipiti, tarchiato e brutto. Interpretato da Robert Blake. Attualmente Robert Blake è appena stato liberato dopo dura detenzione, sospettato di avere ucciso la moglie.
Il capitano Kirk sarebbe scontato, quindi possiamo ricorrere a TJ Hooker, il poliziotto americano. Era William Shatner, l’attore. E’ stato sospettato pure lui di uxoricidio, perché una notte è rientrato a casa e ha trovato la moglie annegata nella piscina della loro villa.
La famiglia Bradford, quella di quei due conigli che avevano fatto settantacinque figli, ve la ricordate? La prima stagione venne tutta dedicata a raccontare solo dieci minuti di vita famigliare dei Bradford, da tanti erano. L’unico che ci si ricorda sempre è il piccolino, Nicholas, quello col caschetto. Lo interpretava Adam Rich. Galera: per cocaina, rapina a una farmacia, guida irregolare. Non recita da vent’anni. Non gli danno più una parte.
Il padre della Casa nella prateria, il signor Ingalls: si chiamava Michael Landon, finisce la serie, gli viene un cancro al fegato e al pancreas, impiega sette anni a morire.

mrtarnold.jpgMr T, il palestrato di A-Team. Quello ha avuto delle sfighe pazzesche anche prima di fare tv: Nancy Reagan si è fatta fotografare seduta sulle sue cosce, Michael Jackson era guardato a vista da lui. Però, alla fine di A-Team, per il signor-T è stato un disastro: gli è venuto un tumore che si chiama – guardacaso – linfoma-T. Era mezzo impazzito: lamentando allergie immaginarie, aveva abbattuto centinaia di alberi secolari che crescevano nei 17 acri della sua proprietà.
Graham Chapman dei Monty Python: fa tv, finisce alcolizzato, soffre per anni di delirium tremens, gli viene un tumore, muore a 58 anni.
C’è il caso di Tatù, il nano di Fantasilandia. Una variante della sindrome da sfiga tv che si avvicina moltissimo al caso di Arnold. Nel senso che Tatù, che in realtà si chiamava Herve Villechaize, il che già di per sé è un nome che non suona bene, è un nano anche prima di girare Fantasilandia. Stiamo parlando del telefilm in cui il nano Tatù guida un veicolino da portamazze di golf, vestito con un completo bianco, insieme a Ricardo Montalbàn. Questi due vivono tutto il tempo in un atollone delle Hawaii dove realizzano i sogni dei clienti. Vuoi diventare il Barone Rosso e pilotare un Caproni del 1923? Vuoi fidanzarti con Bo Derek e mandarla a raccogliere le patate? Vuoi fare uno scherzo a Don Lurio (ai tempi di Fantasilandia, era vivo, poi è morto)? Basta che sganci milioni a Tatù e lui ti fa vivere una situazione fiction che è precisa precisa il tuo sogno. Beh, finisce Fantasilandia e il nano Tatù si suicida nella sua villa di Hollywood.
Leroy Johnson, il ballerino di Saranno famosi!, giubilato nella seconda serie perché ormai i neri erano integrati e bisognava integrare i portoricani, quindi i produttori puntarono su un ballerino portoricano: è morto di Aids a 41 anni.
Se mi fermo qui, è per pietà. Potrei andare avanti. Citare tragedie nelle tragedie, come la Sottiletta di Happy Days che nella vita si fidanza con il cuginetto di Fonzie per davvero. Potrei evocare la triste sorte di Ralph Supermaxieroe, col capo di Ralph che nella vita ha subìto cinque divorzi e altrettante richieste di alimenti miliardari, che lo hanno prostrato dal punto di vista economico. Potrei ricordare che Jack Nance, quello che in Twin Peaks interpreta il boss della segheria, quello coi baffi: è stato assassinato nel corso di una banale rapina a una pasticceria, a 53 anni. O che il nano della stanza rossa, sempre in Twin Peaks, fa l’informatico per la Nasa perché a Twin Peaks è riuscito a imparare a parlare alla rovescia e questo serve alla Nasa. Potrei evidenziare che Gopher, lo spiritosone di Love Boat, ha avuto un figlio disabile e gli è venuto un infarto.
Guardate cos’è successo a Giusva Fioravanti dopo avere fatto in tv La famiglia Benvenuti.
Datemi retta, ha ragione Ratzinger: astenetevi.

martedì, 06 dicembre 2005
di DanieleLombardi

A proposito di nasi, vi faccio delizia di uno dei passi più divertenti e travolgenti della letteratura "nasale" con relativa parodia di Steve Martin in un famoso film. Io di nasoni me ne intendo perchè modestamente posso sfoggiare davvero un bel trespolo. Figuriamoci adesso che è gonfio per il trauma operatorio...

Cyrano: Eh, no! E' un po' poco, ragazzo mio! Ce n'erano di cose da dire sul mio naso- diamine!- e di toni da sfoggiare! Per esempio, vediamo:
Aggressivo:  Io, signore, se avessi un naso simile, me lo farei tagliare!
Amichevole:  Certo che quando bevete vi si immerge nel bicchiere! Fatevene fare uno su misura!
Descrittivo: E' una montagna, un picco, un promontorio!... Ma che promontorio, è una penisola!
Curioso:  A che vi serve questo affare smisurato? Da scrittoio, signore, o da scatola da lavoro?
Grazioso: Amate gli uccelli al punto da preoccuparvi di offrire un trespolo alle loro zampette?
Truculento: Signore, quando fumate, il naso fa da cappa del camino? E i vicini non gridano al fuoco ?
Previdente: Fate attenzione, con tutto questo peso voi potreste cader faccia a terra!
Tenero: Metteteci sopra un parasole che gli si preservi quel suo bel colore!
Pedante: L'animale che Aristotele chiama ippocampelefantecammello pesasse quanto il vostro naso!
Cavalleresco: Cos'è quest'uncino?, una nuova moda? Comodo per appenderci il cappello!
Enfatico: Che naso! Nessun vento puo' fargli venire il reffreddore ad eccezione del maestrale!
Drammatico: Quando sanguina, sembra il Mar Rosso!
Ammirato: Che splendida insegna per un profumiere!
Lirico: E' una conca. Potreste farci il bagno!
Semplice: Quando si puo' visitare il monumento?
Rispettoso: Certo che voi ne possedete di beni al sole!
Ruspante: E che è un naso questo? Andiamo! O è un rafano gigante o un melone nano!
Militare: Puntate!
Pratico: Giocatevelo al lotto. E' una bella puntata!
- Oppure facendo il verso alla tragedia greca, piangendo: Ecco il naso che ha distrutto l'armonia di questo viso! Guardatelo, il traditore! Ne arrossisce di vergogna! 
  Ecco quante cose, mio caro, avresti potuto dirmi se solo avessi un briciolo di cultura o di spirito. Ma di spirito, tristissimo individuo, tu non ne possiedi un atomo. Quanto alla cultura, poi, non ne hai abbastanza da mettere insieme più di sette lettere: quelle che formano la parola CRETINO !

dal Cyrano De Bergerac, 1897, di Edmond Rostand


C. D. Bales: Ma come, hai davanti un naso così e l'unica cosa che sai dire è che è "grosso"? Eppure ce n'erano da dire. Vediamo.
Sfacciato: mi scusi, quello è il vostro naso o un bus vi ha parcheggiato sulla faccia?
Geografico: si potrebbe sdrammatizzare il naso con qualcosa di piu' ampio... l'Australia, per esempio.
Personale: Bene, finalmente siamo solo noi tre.
Puntuale: Va bene signore il vostro naso era puntuale, ma voi eravate in ritardo quindici minuti!
Invidioso: Ooooooh, quanto vorrei essere come lui... potere sentire l'odore del proprio orecchio!
Educato: Uh, mi perdoni, ma alcune delle signore hanno chiesto se può rimetterlo dentro.
Filosofico: Sapete, non è la grandezza di un naso che è importante, ma quel che contiene!
Utile: Mi scusi signore, so che le non può vedere al di là del suo naso... ma mi può dire come sta mio zio in Cina?
Filosofico: Ridi, e il mondo riderà con te. Starnutisci, e piangerai da solo sulle macerie.
Curativo: Oooooooh... ma è ipnotico!
Lusinghiero: Dovete amare tanto gli uccelini per dare loro questa pertica per appoggiarsi!
Scientifico: Dica, quella cosa là influenza le maree?
Curioso: quando si mette ad annusare i fiori, loro si impauriscono?
Francese: Mi scusi signore ma i maiali hanno rifiutato di trovare altri tartufi fino a che voi non ve ne andiate!
Pornografico: Finalmente un uomo che può soddisfare due donne contemporaneamente!
Religioso: il Signore dà dà dà... ma non è che alle volte esagera?!
Disgustoso: Scusi la domanda, ma chi è che falcia i vostri peli del naso?
Paranoico: Tenete lontanto quel tipo dalla mia cocaina!
Aromatico: Deve essere meraviglioso svegliarsi la mattina e sentire il profumo del caffè... nel Brasile!
da Roxanne, 1987, regia di Fred Schepisi, con Steve Martin

venerdì, 02 dicembre 2005
di DanieleLombardi

Facciamoci due risate con questo mitico brano di Benni. Se volete ascoltare la favola di capuccetto nero da un reading di Benni, cliccate qui.

Cappuccetto Nero era una sgarzola di tredici anni che viveva ad Harlem con una mamma rompipalle. La mamma puliva i pavimenti da Ronnie, il locale chic per pescecani, dove si sniffava coca a tutto andare e gli spacciatori sudavano piu' dei camerieri. Bene, a fine serata la mamma di Cappuccetto puliva la moquette con l'aspiratutto e ci trovava dentro un bel mucchietto di coca e lo portava a casa. Dovete sapere che Cappuccetto aveva anche una nonna cieca, ex-sassofonista di jazz, che viveva da sola con un canarino, e tutti e due tiravano coca come mantici, la nonna addirittura se la sparava nel naso con il sassofono, il canarino ci si infarinava dentro e poi cantavano insieme I get kick of you baby e svegliavano tutto il palazzo.

 

Ogni settimana Cappuccio Nero doveva attraversare tutta Harlem per portare la coca alla vecchia, se no quella dava di matto e andava a suonare il sax per strada con il canarino che teneva il piattino in bocca (era un canarino robusto) finche' qualcuno le dava una dose se la smetteva, perche' la nonna con l' eta' era un po' rimbambita e suonava il sax sbagliato tenendo in bocca la parte piu' grossa e non era un bel vedere. Ma non divaghiamo. Una notte la mamma dice a Cappuccio: vai a portare la roba alla nonna, ma occhio a Lonesome Wolf, Lupo Solitario, che l'ho visto bazzicare da quelle parti. Lonesome e' un ragazzo che spaccia di tutto, anche i lamponi se c'e' mercato, e ha una fedina penale che sembra un elenco del telefono. Cappuccio Nero se ne va nella notte e non ha paura, perche' e' una piccola negretta di tredici anni, ma in tasca ha un serramanico che sembra una tavola da windsurf. Ed ecco che alla 44a strada esce dal buio Lupo Solitario e le si piazza davanti e fa sfavillare le zanne nella notte e dice: "Di' sorella, cosa porti in quel canestrino? Focaccine?". "Perche' non ti fai i cazzi tuoi, lupo" dice Cappuccio, e gli molla un tal calcio la' dove dondola che Lonesome tira fuori dalla gola tre litri di whisky e il pasticcio di maiale della colazione. "Ehi piccola - fa Lonesome - pesti duro. Ma stai calma: non voglio fregarti la roba. Ho un business da proporti. Senti, facciamo fuori la vecchia, e ogni volta che ma' ti da' la roba, ce la teniamo noi. Io te la piazzo, facciamo a mezzo e quando abbiamo un po' di soldoni da parte andiamo in Florida e apriamo un chiosco di frullati. Cosa ne dici?". "Cazzo, Lonesome - disse Cappuccio - c'hai una bella nuca. Non ti facevo cosi' tosto. Ci sto".

Ed ecco che si presentano alla baracca della vecchia, che e' li' in vestaglia sul letto che sbrodola corn-flakes dappertutto e si sta mangiando la sua pantofola spalmata di burro, piu' cieca che mai. "Sono qua nonnina" disse Cappuccio. "Vaffanculo, Cappuccio - bercia la vecchia - ti sei fermata a fare battipanza con qualche sifilitico per strada, che arrivi solo adesso? Un altro po' e mi sniffavo del detersivo, del gran che sono in down. Molla la neve, stronza". Il lupo, che pure non frequenta delle duchesse, ci resta secco al fraseggio della nonna. Per di piu' il canarino gli caga in testa. Allora il lupo si avvicina al letto della nonna con una sciarpa in mano per darle una tirata di collo. "Sei tu, stronza? - dice la vecchia, allungando l'artiglio, - qua la roba. Ma... che puzza di piedi che fai". "Ho camminato molto" dice il lupo, facendo la vocina da disco-music. "Sara' - dice la vecchiaccia, tastandolo - ma cosa cazzo sono queste due gran basette a spazzolone?". "E' l' ultima moda newyorchese, nonna" squittisce il lupo. "Ah si'? - continua la megera, - e queste due spalle dove le hai messe insieme?". "Faccio un sacco di flessioni, nonna" dice il lupo, e si prepara a darle una bella strizzata. "Ah si'? - dice la vecchia - e questo cos' e', un regalo?" e agguanta il lupo sempre li' dove dondola, e gli da' una bella tirata, e Lonesome ulula come dieci ambulanze in processione. Poi la nonna tira fuori una berta da sotto il cuscino, e inizia a sparare a mitraglia, il lupo ulula dal male, Cappuccio cerca di svignarsela con la roba ma il canarino le gnocca un occhio con una beccata, si sveglia tutto il condominio, finche' arriva un pulismano di ronda grosso che sembrano tre distributori di coca cola uno sull' altro. Dice: "Che cazzo succede qua! Ci si sollazza?". "Come no - dice Cappuccio - e tu non vuoi tirare un po', pulone?". Iniziano a sniffare come due bracchi. Poco dopo arrivano due soggetti rasta in pigiama con una bottiglia di gin, e un casino di portoricani con i bidoni da suonare. La vecchia prende il sax e sta per suonare Blue Moon alla rovescia, ma il rasta le versa dentro tutta la bottiglia di gin e la stende per qualche ora. Cappuccio Nero se li passa tutti uno alla volta e poi c'e' una gran scazzottata perche' un portorico si e' rimesso due volte nella fila e il poliziotto e' cosi' fatto che si chiava anche la nonna dicendo sono sempre stato un suo fan signora Liz Taylor e nella confusione un portorico si fa uno spiedino col canarino e Cappuccio si incazza e fanno di nuovo a botte e arrivano altri dieci o dodici sconvolti e anche un bonzo, insoma alla mattina alle otto Cappuccio si presenta a casa proprio alla frutta con una faccia come un vampiro col collasso. "E' questa l' ora di tornara a casa, troiaccia? - dice la mammina - dove sei stata?".

E Cappuccio le racconta una favola.

Terra!, Stefano Benni

venerdì, 25 novembre 2005
di DanieleLombardi

Si, lo so, ho rotto i coglioni con i Velvet Undreground. Ma che ci posso fare. Credo che questa sia una delle più belle canzoni d'amore mai scritte. Lou Reed la scrisse per una sua vecchia fiamma, Shelley Albin, una fonte d'ispirazione inesauribile per il cantautore newyorkese. La song descrive  l'atteggiamente di una ragazza profondamente insicura, che ha paura di essere  guardata e giudicata. E cerca di nascondersi e di mantenere le distanze. Ma lui "sarà il suo specchio", il suo amore è il mezzo di liberazione dalle sue paure. Attraverso l'affetto che riceve, lei si guarderà in lui come in uno specchio e vedrà la stessa splendida persona che lui vede in lei con gli occhi dell'amore: un riflesso di ciò che lei è veramente e non un riflesso di quello che lei crede di essere. Davvero bella come metafora. Sotto il testo potete ascoltare un'esecuzione dal vivo di Lou Reed di questa canzone.

I'll be your mirror
reflect what you are
in case you don't know
I'll be the wind, the rain and the sunset
the light on your door
to show that you're home


When you think the night
has seen your mind
that inside you're twisted and unkind
Let me stand to show that you are blind
Please put down your hands 'cause I see you


I find it hard
to believe you don't know
the beauty you are
But if you don't
let me be your eyes
a hand to your darkness
so you won't be afraid


When you think the night
has seen your mind
that inside you're twisted and unkind
Let me stand to show that you are blind
Please put down your hands 'cause I see you

I'll be your mirror (reflect what you are)

Sarò il tuo specchio
rifletterò quello che sei
nel caso non lo sapessi
sarò il vento, la pioggia e il tramonto
la luce alla tua porta
per mostrarti che sei a casa


Quando credi che la notte
abbia invaso la tua mente
che dentro sei confusa e indurita
lascia che ti mostri che sei cieca
tira giù le mani
perché ti veda


Trovo difficile
credere che tu non sappia
la bellezza che sei
ma se non lo sai
lascia che io sia i tuoi occhi una mano nel tuo buio
perché tu non abbia paura


Quando credi che la notte
abbia invaso la tua mente
quando dentro sei confusa e abbrutita
lascia che ti mostri che sei cieca
per piacere tira giù le mani
perché io ti veda

Sarò il tuo specchio (rifletterò ciò che sei)

Ascolta II' be your mirroir

martedì, 15 novembre 2005
di DanieleLombardi

Una dei monologhi più belli mai letti. Forte e commovente. Vero e indecente. Un grido di disperazione e di libertà. Ancora attualissimo. Se volete ascoltarlo direttamente dalla voce di Stefano Benni, cliccate qua. Altrimenti, buona lettura.

Lucia passa davanti al bar dove si è fermata qualche sera fa con Leone. Il cameriere, un gatto occhialuto, la saluta.

[......]
Un uomo passa correndo. La gente si volta appena a guardarlo.
Lucia si sente d'un tratto come se respirare non le bastasse più. La testa le gira. Si siede su marciapiede, le si sfila una scarpa. [....]
Davanti a lei vede ora un paio di pantaloni color tabacco e una mano le accarezza i capelli.
Lucia alza la testa a fatica e contro la luce bianca di un negozio vede Lee. E' molto dimagrito, ha i capelli rapati a zero. Ma non è cambiato non è diverso, non è...

-Neanche tu,- dice Lee,- ce la fai ad alzarti?
-Tu qui...ma sei pazzo,- dice Lucia e le viene da ridere. Proprio la prima cosa da dire a uno scappato dal manicomio!
Anche Lee ride[...]

-Ti stanno cercando tutti e tu passeggi in centro! Devi nasconderti, subito!
-Non voglio nascondermi, ho poco tempo e molte cose da fare. Vieni, ho una macchina.
[...]

Guida piano, prudente, ogni tanto chiude gli occhi come se gli desse fastidio la luce. Lucia vede che ha un maglione e un paio di scarpe troppo grandi per lui, chissà dove li ha presi.
Lee inizia a parlare, uno di quei fuochi di artificio che lei ben conosce.

- Devo trovare un uomo. Si chiama Coccodrillo. Spaccia. O forse non è lui. Sai se Leone si bucava? Tu dici di no, ma spesso non si dice neanche a chi ti sta vicino. No , hai ragione tu, Leone non era il tipo. Però cosa faceva lì a Bessico? C'è quel tipo, Federico, un fascista ripulito, l'ho preso da parte, mi ha spiegato le virtù di quel palazzo.
Ho imparato a imitarli sai , a volte cammino e parlo come loro, sento quello che pensano, non ci credi? Mi hanno portato via i miei libri, certi vanno bene altri no, dicono, proprio come in carcere, e anche sei punture di Zerol mi fanno e io mi alzo e corro via e loro ci restano di merda, il dottore ha detto, questo è come se c'avesse dentro un'altra chimica, ed è vero, non guardarmi così: è la scienza che lo dice, tutte le volte che guardi più profondamente una cosa, trovi nuovo disordine, nuove particelle, figure nella polvere e tutto quello che sapevi di quella cosa salterà in aria.
Hai mai visto i matti guardare sempre nello stesso punto? Tu non sai cosa possono vedere e non sai perchè resto sveglio e non voglio salvarmi ad ogni costo,non guardarmi così. Una volta ci somigliavamo, eravamo tre note in un accordo, leone cina e zingara, ma poi c'è un punto in cui i fili si rompono e gli altri si allontanano. Ma i bastardi li vedo bene si, quelli sono ancora al loro posto pazzi di rabbia perchè per una volta li abbiamo smascherati, e non ce lo perdoneranno mai nei secoli dei secoli e allora è guerra, non farmi i tuoi discorsi miti, la mitezza è un privilegio grande ma il dolore la avvelena in un attimo, io esco da quella galera e la città è peggio che mai, la gente cade per terra, parla da sola, vomita e crepa e tutti passano e non hanno visto niente, e si affrettano a dare nuovi eleganti nomi alla loro corruzione, e ogni tanto parlano dell'uomo comune, ipocriti, l'uomo comune che vi piace è stupido e avido come voi, così lo vorreste, un vigliacco che può ammazzare per vigliaccheria, mentre loro ammazzano per necessità, per i loro divini soldi, Lucia, sono loro ora gli estremisti, violenti assassini estremisti dell'ideologia più ideologia del secolo, un'economia più sacra di una religione, più feroce di un esercito, ricordatelo bene con un brivido quando tutto salterà in aria, quando si oscurerà, malattia senza sintomi, caos di geroglifico incomprensibile e voi sempre più crudeli informati impotenti in mezzo alla strada, e chi raccoglierà i frammenti allora gli oggetti i rottami, magari ci fosse qualcuno, magari ci sarà davvero Lucia, questa è la speranza e intanto brucio e non c'è nesun patto da firmare nè col diavolo nè con la rassegnazione, Lucia, siamo un'altra cosa da sempre fortunatamente e non guardarmi così no, non ho finito, te lo dico io chi ha ucciso leone, forse uno di questi che una volta facevano i compagni e hanno spacciato per anni e dicevano che erano i fascisti, col ca**o, vieni con me a vedere chi sono, oppure hai paura, scusami non venirci, son posti schifosi ci nuota il coatto si dice adesso, come suona bene, peccato che tutti i compagni non siano come te Lucia, vieni a vedere questo Coccodrillo spia della polizia, me l'ha venduta tante volte la roba e quando ho smesso me la lasciava gratis sul sedile della macchina, generoso,vero? Come quelli che ti lasciavano l'esplosivo in casa e dicevano ognuno deve fare la sua parte, eppure c'è chi mi ha salvato tante volte, parlato, anche tu Lucia, e ci sarà alla fine una verità Lucia e scopriremo la verità giù nell'acqua e su fino al più altissimo porco non ci credi? dimmi di sì, io brucio dentro questa storia e non ne vedrò la fine, ma scopriremo la verità, perchè se c'è solo un pò di verità c'è speranza e chi l'ha fatta brillare ha fatto abbastanza e non importa se poi non si salverà, salvarsi per avere cosa, questo mondo dove continuano a insultare chi è debole, Lucia, se penso a tutte le persone pulite che ho incontrato e continuano a offenderle Lucia, le uccidono, non ci sono parole per questo delitto, non si può soportare tutto questo capisci Lucia quando sono nella mia stanza e qualcuno urla anche con li occhi si può urlare Lucia, Lucia mi chiedo, che cosa è successo, perchè fingete di non vedere, vorrei capire qualche volta Lucia, ma sapessi che musica nella testa, negli oggetti consumati, e dopo quanto veleno ti senti addosso Lucia, e allora pensa se non fosse così, se non ci credessi più, se fossi perbene Lucia saremmo una coppia normale, io e te, al ritorno dal cinema andremmo a casa e non saremmo perduti in una città di notte, ma quelli perbene forse sono perduti lo stesso Lucia, ma se almeno ascoltassero, se capissero che l'altra metà di verità per quanto si può raccontare solo urlando è l'altra metà necessaria, non si può tagliare via non si può dimenticare, alla fine solo il dolore esiste come esisto io, un matto per strada, un matto è una persona che non sa dove andare, niente di più Lucia, tu puoi capire, tu che sei benedetta tra le donne, tu che mi hai visto felice, tu che sei coraggiosa tu che a volte mi hai lasciato solo come un cane tu che adesso per favore scendi non guardarmi ti dico, questo è un sentiero per comici spavenati guerrieri e io non voglio nè vincere nè perdere solo che tu mi ricordi e dopo che mi anneghino nello zero di quelle medicine e mi chiamino come vogliono e tornino a raccontare le loro storie, non sono vere, manca metà, tu lo capisci cara, almeno tu e allora scendi per favore.

"Vengo con te," disse Lucia.
Stefano Benni, Comici Spaventati Guerrieri