martedì, 15 maggio 2007
di MarFal84

fate04«Ieri Adamo ed Eva hanno battuto Adamo e Giuseppe con un netto e indiscutibile 6-0.
Fassino e il Palazzo hanno un bel dire sul dover rispettare le due piazze di ieri, ma non hanno capito che di piazza ieri pomeriggio c’è ne è stata una sola, perché per fortuna i normali sono la stragrande maggioranza nel Paese mentre i diversi un’esigua minoranza. Una minoranza sostenuta solo da un governo fuori dal tempo, forse l’unico a coprire la scandalosità del loro gay pride.
Un Governo che ieri ha subito un pesante cappotto. W la famiglia abbasso i culattoni"

On. Roberto Calderoli, 13 maggio 2007

lunedì, 02 aprile 2007
di Nick24

Raccolgo l'invito di Piero a dibattere sui Di.Co, e anzi porterei avanti il suo ragionamento. Il relativismo culturale fa breccia nei cuori e nelle menti dell'Occidente secolarizzato (e soprattutto nel panorama mediocre dei blog...), perchè dunque porsi dei limiti, e soprattutto chi decide il limite, se non l'etica e la morale, da qualcuno per forza stabilite e diffuse nella cultura comune? Si direte voi c'è un limite derivato dal buon senso...ma questo è qualunquismo puro e forse direste ciò perchè il vostro retroterra culturale vi ha trasmesso qualcosa, prospettandovi delle soluzioni morali concrete, volenti o nolenti,senza le cui, le opzioni comportamentali su cui si può indulgere sarebbero infinite e peraltro i limiti morali (limitare i propri comportamenti con un codice morale non equivale a limitare l'uomo e la vita umana, come pensava Nietzsche) non esisterebbero se non venissero "inculcati"  e introdotti da qualcuno. Infatti Piero nel suo post, liquida velocemente il problema dicendo che "c'è poco da argomentare sulle esternazioni di Sua Eccellenza", preferendo così scagliarsi sulla legittimità stessa di Sua Eccellenza e dell'istituzione millenaria a cui appartiene.

Rino Fisichella sul Corriere di ieri, in questo clima di belligeranza laico-integralista, tiene comunque pleonasticamente a precisare che la Chiesa non ha nulla contro i gay, ed è peraltro risaputo che tra le sue fila ve ne sono molti. La posizione della Chiesa è piuttosto facile da comprendere se si ha la volontà di farlo, e quando si invoca la democrazia e poi si vuole veder scomparire un istituzione che rappresenta 1.057.328.093 persone (tre volte la popolazione statunitense), viene spontanea la domanda sul cosa si intenda per democrazia.

La soluzione di "sradicare" il Vaticano è ciò che in un secolo di Nazismo e Comunismo si è quasi riusciti a fare...

Tornando al problema centrale che Piero in questa sede non ha affrontato, cioè perchè non avallare anche forme di incesto, di poligamia, perchè non consentire rapporti sessuali consezienti tra adulti e bambini, come avveniva nell'antica Grecia, visto che il valore 100 visto da mille è poco, anzi è uguale a 10 visto da 1. Se si ragiona così senza rendere conto a quell'autotrascendenza o a qualche altra forma di interpretazione, si può fare ciò che si vuole, si può chiedere al Papa di fare la messa cantando brani dei Metallica, si possono confondere i ruoli, si può perdere l'orientamento, come le tragedie del secolo scorso dimostrano.

Si, certo, si obbietta facilmente che paragonare due persone che si vogliono bene, ad una possibile tragedia in vista, è cosa scorretta. Ok è vero, ma è sbagliato il presupposto. Non si obbietta nulla a tutto ciò, oggi tutti sono liberi di amarsi (dopo le discriminazioni subite nel passato), ma cosa estremamente diversa è voler cambiare l'assetto sociale. Non è una sottigliezza, è un cambiamento epocale, che si può e si deve certamente prendere in considerazione, ma non con la leggerezza avventuristica di Zapatero et simili, e tenendo anche in considerazione la prestigiosa ed autorevole posizione della Chiesa romana e dei suoi vescovi. Si rifletta bene sul cosa e sul come, senza scannarsi dalle rispettive posizioni.

I Di.Co sono un pretesto usato da una parte del centro-sinistra, non per garantire diritti minimi di civiltà, come tentano di spacciarli, ma bensì, per mettere in pratica, via legislativa, un mattoncino di anti-clericalismo simbolico, legittimo, ma cosa ben diversa dal garantire coppie di fatto, a cui importa poco della legge in se. Agli stessi gay importa più che la loro unione famigliare venga ufficialmente riconosciuta uguale e alla stregua delle unioni "naturali" uomo-donna, che non dei diritti in se, già garantiti dal diritto italiano. Voglio dire, è una battaglia puramente politica, non di diritti. E' legittimo affermare che le coppie gay siano uguali alle coppie etero, ma è legittimo affermare il contrario: è quindi una battaglia culturale, filosofica, di visione antropologica,la discriminazione non c'entra niente.

Questa è la vera battaglia in atto: parte dell'Occidente trascinato da un grande pensatore come Joseph Ratzinger e parte dell'Occidente trascinato dai vari Grillini ed altri più importanti pensatori laici. Non altro.

UPDATE:
Massimo Adinolfi su Left Wing, in un articolo sulle coppie di fatto, argomenta bene da una posizione laica,  sottolineando che lo scontro è sulla "metafisica della natura umana".

di BellaPiero

Nel caso ci fossimo dimenticati dell'importanza della famiglia, e del fatto che, a quanto pare, l'etica si fa con i "se" e i con i "ma", è giunto puntuale un nuovo forte appello della Conferenza Episcopale Italiana,  in breve, CEI. (Come a dire, o ci fai o ci CEI). Il reverendo presidente, Mons. Bagnasco, uomo dallo sguardo mite vagamente simile a quello di Renato Schifani, invita il fedele cittadino a ricordare che "quando si perde la cognizione corretta autotrascendente della persona umana" i capisaldi dell'etica rischiano di collassare. E con essa, l'essere umano. Nel suo ragionamento sobrio e lineare, il Monsignore spiega come lo smarrimento della cognizione corretta autotrascendente della persona umana porterebbe, dal riconoscimento legale della coppia di fatto gay, alla legalizzazione dell'incesto, al diritto alla pedofilia, fino alle crociate e all'indice dei libri proibiti (ah no, scusate. Quello va bene.).

Ora c'è poco da argomentare sulle esternazioni di Sua Eccellenza. Tra le varie possibili reazioni, forse la meno peggio sarebbe quella indicata dall'onorevole Pionati, passato dal TG all'UDC: "Solo un miracolo potrebbe consentire a esponenti della sinistra più becera ed estremista ["'sti brutti froci" non ce lo metti?] di comprendere la profondità di pensiero di Bagnasco". Bagnasco l'Oscuro, lo chiameremo d'ora in poi.

Il dibattito sui Dico va avanti da parecchio tempo su questo blog, e ognuno di noi clowns ha le sue opinioni e le difende come meglio crede. Io appartengo al gruppo (siamo un gruppo? boh, speriamo) di quelli in favore del riconoscimento legale delle coppie gay, se non altro per la piena convinzione che tutto questo scandalizzarsi per questa proposta di legge sia solo il frutto di interessi politici del Vaticano, da una parte, e pregiudizi medievali in generale, dall'altra. Direi che il commento del Monsignore rende abbastanza chiaro il livello a cui si sta arrivando pur di inventarsi (perchè di questo si tratta) "ragioni invalicabili" per fermare questo provvedimento. D'altronde, quale modo migliore che appellarsi alla cognizione corretta autotrascendente della persona umana? Voglio vedere chi prova a dire qualcosa contro la corretta cognizione autotrascendente della persona umana (Pionati, perdonami, ma non afferro la profondità di questa frase, e dunque mi fermo alla parte che mi fa ridere..) Uguaglianza? Pari dignità? Pari moralità? No, prima viene la corretta cognizione ecc., poi il resto. Sacrosanto.

I miei genitori mi hanno mandato alle scuole cattoliche, con la speranza/illusione che avrei ricevuto un'educazione religiosa e che, probabilmente, avrei tenuto sempre ben presente la corretta cognizione autotrascendente della persona umana (specie quando le suore ci picchiavano per le più svariate ragioni). Poi i miei studi hanno preso direzioni più secolari, più "illuministiche", e sono diventato un sostenitore della totale necessità di distinguere lo Stato dalla Chiesa. La libertà dell'individuo e quella del cittadino non devono essere confuse, a mio parere. Non si può, ovviamente, essere costretti a fare cose che vanno contro le proprie profonde convinzioni morali: nemmeno, e questo a mio avviso è fondamentale in uno stato di diritto, si può esigere che tutti si conformino alle proprie convinzioni morali. Ma di nuovo, questo è un argomento troppo ampio perchè una sola persona, per di più con pochi capelli come me, ne possa discettare da solo. Vi  invito dunque al dibattito.

Quello che mi sento di dire in maniera più ampia riguarda la CEI e, più direttamente, il Vaticano. Qualcosa che mi sconvolge ancor più della scoperta della corretta cognizione autotrascendente della persona umana. Ovvero, il fatto che dietro queste affermazioni e dibattiti ci sia l'accettazione, da parte del mondo intero, di una grande impostura: ovvero, del fatto che si permetta a un gruppetto di edifici nel cuore di Roma, esente dall'obbligo di pagare tasse, guidato da una società segreta (e arcaica) di clerici, che nella sua organizzazione interna non conosce nessun pratica democratica di trasparenza o di eguaglianza uomo-donna, nessun concetto di libertà di espressione, si permetta, dicevo, di avere tutta questa influenza. O meglio: che a tale "oggetto" si permetta ancora di esistere.

In tempi recenti, sotto Ratzinger, e prima ancora con Woytila, si è permesso a questa entità medievale di avere un ruolo nelle politiche delle Nazioni Unite su materie di grande rilevanza, ad esempio il controllo delle nascite e l'uso di contraccettivi. In Italia, la recente quasi caduta del governo (e certamente la prossima ventura) ha subito lo scossone finale probabilmente proprio dalle schiere vaticane (che, ovviamente, agiscono nell'ombra). Io più penso a questo fatto, e più mi sembra ridicolo, nel terzo millennio, avere a che fare con il Papa. Abbiamo l'Imperatore? No. Abbiamo la democrazia? Sì. Allora a che pro un vecchietto miliardario che non paga le tasse e che altri vecchietti miliardari hanno eletto vicario di Cristo? Ma non si diceva che la religione non era accessibile alla ragione umana (parola di quel mattacchione di Kant, non mia)?

La soluzione alle ingerenze perniciose di Ratzinger e dei suoi accoliti e alleati non è sfidare semplicemente la pretesa del clero di avere ruoli politici: è di mettere in questione la legittimità del Vaticano come Stato. Il tempo in cui questo ibrido istituzionale aveva diritto ad essere trattato come uno Stato è passato da parecchio, come lo è il suo diritto a campagne idelogico-politiche, e soprattutto alla gestione di "immorali" (mò ce vuole) somme di denaro, che ancora oggi gli viene concesso. Sarebbe un grande risultato per la riforma del sistema globale, per i promotori della "società civile globale", di porre lo sradicamento del Vaticano come obiettivo per i prossimi anni.

L'anno scorso ho avuto la possibilità di assistere a una "lectio magistralis" di un famoso prof in un'università inglese, Fred Halliday, un luminare nell'ambito della storia contemporanea. Quel giorno discuteva della politica di Benedetto XVI, criticandola aspramente. Riporto qui la conclusione del suo discorso (liberamente tradotta), che è diventato un pò la mia hit preferita, ovviamente dopo il discorso finale di Rocky IV:

E se tutto questo [l'abolizione del Vaticano] non può essere fatto per vie "istituzionali", allora potremmo considerare altri mezzi per raggiungere questo risultato che, ripeto, dovrebbe essere un'aspirazione per una società che voglia progredire. Magari arriverà il giorno in cui una mobilitazione di massa secolare e anti-clericale, raccolta da ogni parte del mondo, si incontrerà a Roma e semplicemente occuperà questa anacronistica e perniciosa istituzione: e così facendo abolirà l'autorità politica e diplomatica di papi e monsignori, e restituirà il Vaticano, la sua ricchezza e i suoi edifici, a una società secolare in cui la ricchezza è più equamente distribuita.

Tutto questo senza intaccare minimamente la corretta cognizione autotrascendente della persona umana.

domenica, 04 marzo 2007
di Nick24

Da questa crisi di governo il centro-sinistra ne esce abbastanza malconcio, e lo spettacolo che ha offerto al paese è stato drammaticamente deprimente. A chi di certo non auspica che il paese torni guidato dal centro-destra, con tutte le sue forze più "sovversive", questa crisi ha fatto molto riflettere sulle condizioni generali della sinistra del 2007, con ancora i relitti della FGCI anni settanta a tenere il timone.

Il nostro centro-sinistra credo sia l'unico in Europa obbligato a tessere alleanze con i partiti comunisti per stare al governo ed avere una coalizione competitiva: niente di grave, non penso che questi partiti siano particolarmente pericolosi o estremisti, penso semplicemente che una coalizione così disomogenea - considerando specialmente l'idealismo che non scende a compromessi di certi duri&puri di queste frange - non possa fornire una gestione dello stato efficente, ed anche Bertinotti ha invitato i suoi ad un ripensamento sul come si deve partecipare e stare in una coalizione che governa: l'effetto Brancaleone è sotto gli occhi di tutti, ed è uno spettacolo indecoroso che allontanta i cittadini dalla politica (un po'di buona retorica...) e soprattutto frena l'azione di governo, spostandone l'attenzione su questioni di principio quasi "assurde", come nel caso dei Di.Co. o della base di Vicenza, o della missione in Afganistan sotto la guida dell'Onu.

E' triste constatare come in ogni occasioni si presenti loro, membri del governo e segretari di partito tentino di tirare l'acqua al proprio mulino, venendo meno alla responsabilità istituzionale, che impone sì di contrattare l'azione, ma di farlo senza creare scompiglio nella coalizione: si sta al governo in maniera composta e fedele, non si può "provare" a stare sulla barca finchè vira a sinistra e poi se cambia rotta momentaneamente verso il centro dire "non ci sto più", perchè in tal caso si doveva rinunciare addirittura a priori al patto elettorale, per rispetto dei cittadini a cui non fotte niente dei Di.co-SI o Di.co-NO (scusate la rozzezza), ma che il governo faccia il suo dovere principale che è quello di far crescere e ammodernare il paese.

Prodi sembra ormai quello che qualcuno ha definito un vecchio pugile suonato, incapace di imporsi più di tanto ed obbligato a concedere piccoli favori di qua e di là, che lo rendono sempre più ridicolo: se ha detto che la Torino-Lione si fa, Pecoraro Scanio dovrebbe dire ai suoi: "Ragazzi la nostra parte non ha sufficente potere contrattuale verso il governo, dobbiamo accettare la decisione essendo vincolati alla coalizione". Se il governo decide a maggioranza per il rinnovo della missione Onu, Giordano dovrebbe dire "OK, siamo contro questa operazione ma non abbiamo scelta, rappresentiamo il 7%". E' più che immorale ricattare e pensare di imporsi in minoranza nelle decisioni di un paese democratico. 

Se qualcosa non cambia, il paradosso sarà che Berlusconi diventerà il male minore effettivo. 

domenica, 25 febbraio 2007
di visko

"andrò a votare anche in barella..."
l'ha detto il senatore Sergio De Gregorio, che è stato ricoverato oggi per una colica renale, ma il portavoce ha garantito che il senatore degli Italiani nel Mondo (eletto con l'IdV, il furbacchione) sarà in Senato per la fiducia al governo Prodi (detto anche dei 12 punti, quelli che con la schedina ti ci paghi il caffè).
Ah, lui è uno di quelli che vota contro, perché era di quelli che "le larghe intese".
Stato febbrile elevato, ma degenza breve, dice sempre il portavoce.
O comunque barellato, aggiunge il colicante.
Sergio, non ti preoccupare.
Pienz''a salute, che è meglio.

sabato, 24 febbraio 2007
di visko

E se Prodi - in combutta con D'Alema, d'accordo con Follini, d'intesa con Mastella, con il benestare di Napolitano, l'assenso d'Andreotti, il placet di Marini, la complicità di Cossiga, l'approvazione di Pininfarina, l'imprimatur di Pallaro, il benplacito di De Gregorio, il nullaosta di Fassino, l'adesione di Rutelli, la ratifica dell'UE,  il permesso di Confindustria, e con la benedizione della Chiesa - avesse organizzato tutto per cavarsi i comunisti di torno?

di DanieleLombardi

La ferita inferta al governo mercoledì al senato, sembrava una ferita mortale. Sembrava. In realtà è una ferita ricucita con 12 punti di sutura e Prodi dopo una pausa all'angolo è pronto a riprendere la gara dopo il gong. Non un governo bis, dicono, ma lo stesso e identico esecutivo rimandato alle camere per chiedere le fiducia. "E il terzo giorno resuscitò secondo le scritture", si potrebbe dire. Ma bastano davvero 12 punti per ricucire una strappo così forte come se nulla fosse successo? Nel programmino prodiano in realtà si trattano punti generici lasciano le vere decisioni al futuro in un ipotetico "poi si vedrà". Ed inutile evidenziare come nei punti sottoscritti dall'Unione si rilevi una brusca ginoflessione di fronte ai centri di poteri nazionale e internazionale che in questi ultimi mesi avevano contrastato la linea governativa. O almeno avevano tremato un pò. La politica estera USA trova soddisfazione nel punto con cui si stabilisce "il rispetto degli impegni internazionali" (vedi Afghanistan e Vicenza). La confindustria è contenta come una pasqua nel leggere il punto sulla "riforma previdenziale". La Chiesa gongola sui DICO stracciati dal programma del governo. E come se non bastasse c'è per la prima volta un riferimento concreto alla costruzione della TAV, cosa che mancava nel programma presentato alle elezioni. Insomma un crollo su tutti i fronti, una svolta centrista ben evidente, per la quale parlare di un governo fotocopia è ovviamente fuorviante. Si tratta di un governo sinistrato, più debole e meno coraggioso, sempre piu' ostaggio dei poteri forti del belpaese.

ps
A il senatore dissidente Rossi non è andata meglio: anche lui sinistrato, questa volta non politicamente ma fisicamente. Si è preso difatti un cazzotto sull'Eurostar Roma-Milano dal segretario del Comunisti Italiani toscano, Nino Frosini, che appena se l'è visto di fronte gli ha sferrato un gancio sinistro, senza pronunciare una parola. Chi di sinistra radicale ferisce, di sinistri radicali perisce.

venerdì, 23 febbraio 2007
di DanieleLombardi

Dal Corsera: "D'Alema: c'è una base per ripartire." Si, quella di Vicenza.

di DanieleLombardi

Non c'è provvedimento su Dico in punti Prodi
Nei 12 punti presentati da Prodi quale condizione per tentare di portare avanti l'eseprienza di governo e accettati dalla riunione dei segretari dell'Unione non c'è il provvedimento sui Dico, per il riconoscimento delle coppie di fatto.

Un rilancio delle politiche a sostegno della famiglia "attraverso l'estensione universale di assegni famigliari più corposi ed un piano concreto di aumento significativo degli asili nido". Lo prevede il nono punto del documento programmatico, diffuso stasera dal premier Romano Prodi ai segretari dell'Unione per un rilancio dell'azione di governo.
Da Repubblica.it

Ecco. Perchè non si sa mai. Perchè Andreotti è bene che non faccia piu' scherzetti del genere. Perchè in fondo è meglio non far incazzare il Vaticano. Perchè non importa che nel programma di governo fosse inserita proprio una legge sulle coppie di fatto. L'importante ora è andare avanti. Ma ha davvero senso?

giovedì, 22 febbraio 2007
di DanieleLombardi

Ritorno brevemente su quello che sta accadendo in questa neo-crisi del governo Prodi e partecipo anche io al gioco del toto-governo a cui stanno parteciando migliaia di blogger italiani. Nelle decine di commenti che ho letto fin'ora si sottovaluta proprio il nodo politico su cui si è affosato il governo: ovvero l'Afghanistan. Tutti i piu importanti giornali internazionali in questi giorni parlano di una prossima contro-offensiva talebana nel sud dell'Afghanistan nella prossima primavera. L'amministrazione Bush ha già dichiarato che risponderà alzando l'escalation militare verso un vera e propria seconda guerra dell'Afghanistan. Gli USA chiedono di fare quadrato intorno a loro e hanno già incassato il si dell'Australia: è di queste ore la notizia che il contingente australiano radoppierà le su truppe in Afghanistan. Con questa prospettiva ritornerà nei prossimi mesi forte la questione afghana ed ogni tentativo politico di exit strategy verrà minato dalla volontà dell'amminstrazione Bush. In questo senso perde di credibilità la possibilità di un prossimo governo Prodi fotocopia del primo, visto che fra qualche mese continuerebbe ad trovare difficoltà in politica estera. Prende sempre piu' corpo invece la possibilità di un governo di guerra, vero e proprio, capace di appoggiare "senza se e senza ma" la controffensiva in Afghanistan, spostando a destra l'asse del governo e tagliando fuori la sinistra radicale, esattamente come accadde nel 1998 con il governo D'Alema impegnato nella guerra del Kosovo.

D'altra parte nessuno vuole le elezioni anticipate, ipotesi remota e poco probabile: l'Unione sa che andrebbe diritta a una sonante sconfitta; il centro destra da par suo si ritroverebbe in mano la patata bollene della scelta delle leadership. E difatti Berlusconi in queste ore si guarda bene da chiedere le elezioni anticipate, chieste soltanto dalla Lega, mentre oggi a Nessuno Tv gli è sfuggita un'intervista (subita smentita da Forza Italia) dove dichiarava che ci sono "personalità stimate da tutti fra gli esponenti di centro sinistra" (Amato? Dini? O perfino D'Alema?).

E' infine interessante sapere  che Saverio Romano, leader del partito in Sicilia e deputato a Roma, ieri mattina aveva detto a tutti passeggiando per Montecitorio che D’Alema avrebbe perso per due voti e che alle 7 di sera Prodi sarebbe andato da Napolitano. Così è stato. E in queste ore ha lanciato un’altra previsione: tra 20 giorni si andrà a un governo istituzionale con Franco Marini, attuale presidente del Senato, che si recherà al Quirinale con la lista dei nuovi ministri. Una sorta di "governissimo" istituzionale, sul quale io punterei se dovessi scommettere. Comunque chi vivrà vedrà.

mercoledì, 21 febbraio 2007
di visko

la manifestazione di Vicenza, svoltasi nel migliore dei modi (ma c'era da dubitarne? in parte si. La profezia che si auto-avvera è uno sport che i catastrofisti praticano con eccellenza, specie se sono ministri dell'Interno - una lunga teoria da Scelba, e via via continuata con Cossiga, sino a Bianco sino al dottor. Sottile Giuliano Amato ), ha segnato la demarcazione tra un fenomeno da non sottovalutare (l'eversione armata) e una società (quella civile), che ha dimostrato una volontà di esserci "a prescindere" dalle minacce e dagli allarmi.

Ma è su queste "nuove" Br che vorrei puntare l'attenzione.

Perché, a primo acchito, mostrano inquietanti similudini con il più famoso gruppo di lotta armata degli anni '70 (il primo nucleo di Brigatisti Rossi - quello fondato da Renato Curcio - nacque nel 1970, e prese piede a Milano, alla Pirelli).

Negli anni '70 si lottava per diminuire di mezz'ora - da otto ore e mezza ad otto - l'orario di lavoro alla Fiat (da sempre, nel nostro paese, l'emblema della fabbrica), all'epoca il sindacato aveva cominciato ad essere presente con le Rsu nelle aziende e sempre allora era la Fiom-Cgil il sindacato più rappresentativo tra le tute blu.

Negli anni '70 i giovani (studenti o disoccupati) rivendicavano un salario minimo (e la classe politica parlava di Austerità, quasi fosse una missione laica, soprattutto per il Pci di Berlinguer).

All'epoca la Chiesa s'era trovata a fronteggiare i referendum sull'aborto, dopo essersi scottata con quello sul divorzio.

All'epoca chi teorizzava e praticava la lotta armata credeva d'avere un appoggio dalla base (eterogenea, come abbiam visto, perché comprendeva sia gli operai - proletari a cui dare una coscienza di classe - che gli studenti, vero motore del dissenso negli anni di piombo).

All'epoca prima che si prendesse dolorosamente coscienza che il terrorismo fosse di matrice comunista (e in quanto tale puntava alla rivoluzione armata per cambiare la società ed ad una più radicale trasformazione del sistema produttivo) tutti pensavano che fosse una montatura dell'estrema destra con l'aiuto dei servizi segreti per sputtanare la Sinistra (specie quella extraparlamentare).

Secondo una logica perversa, l'ideologia dei BR, nonostante le complicanze teoriche, puntava a queste trasformazioni socio-politiche annientando non solo l'ipocrisia politica, ma anche la semplicità del buonsenso e lo fa attraverso la facilità della violenza: che sia il sequestro, la rapina, la gambizzazione, l'omicidio.

Quando nel '75, in quel di Torino, iniziò il processo al nucleo storico delle Br si verificò quello che è, a mio avviso, il corto circuito della teoria e della prassi della Lotta Armata.

Perché, con quel processo, si passa dalla clandestinità e le azioni di guerriglia ad un "confronto" con lo Stato (confronto coatto, visto che, per l'appunto, si tratta d'un processo).

Cos'è che fecero allora i brigatisti rossi?

Si considerarono "dirigenti politici" e sostengono che "la rivoluzione non si processa", ergo: non riconoscendo la legge dello "stato borghese" e non riconoscendone i tribunali non c'era ragione, a loro dire, d'avere avvocati per la difesa, giacché questi sarebbero stati semplicemente l'ennesimo ingranaggio del meccanismo d'un sistema che loro sentivano nemico. Sarà Maurizio Ferrari, il primo brigatista arrestato nel 1974, a leggere la dichiarazione: "Revochiamo il mandato di fiducia ai nostri avvocati, ci professiamo combattenti e come tali ci assumiamo collettivamente e per intero la responsabilità politica di ogni iniziativa passata, presente, futura. Affermando questo viene meno qualunque presupposto legale per questo processo".

 Sin qua uno dice: vabbé, si difenderanno da soli.

(lo disse anche l'avvocato Franzo Stevens che, in occasione della sesta udienza sostenne che, secondo l'art.6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, i detenuti possono difendersi da soli).



Però l'istituto della difesa d'ufficio è un diritto inalienabile, un collegio di difesa si sarebbe comunque istituito, che le Br lo volessero o meno (anche perché negarglielo avrebbe significato, per paradosso, legittimare la loro "estraneità" alle leggi dell Stato).

E qui c'è la cosa più orribile, perché i brigatisti, per rafforzare il rifiuto della difesa d'ufficio, uccidono l'avvocato Fulvio Croce, presidente dell'associazione degli avvocati torinesi. Freddato sulle scale del palazzo dove ha il suo studio, in via Perrone 5.

Cinque colpi esplosi da una Nagant 7.62. Due in testa, tre in petto.

A premere il grilletto è stato Rocco Micaletto. In nome della giustizia proletaria.

Intervistato anni dopo da Giorgio Bocca, quando gli chiese se era proprio necessario uccidere l'avvocato Croce per dissuadere gli avvocati torinesi dal partecipare al processo, Mario Moretti, altro brigatista storico, rispose: "noi non abbiamo ucciso l'avvocato Croce come persona, ma la sua funzione".

E' in questa spiegazione che c'è tutto l'orrore dell'errore.

In che modo giustifichi una morte per una causa? Rendendola necessaria: ad esempio, nel caso della morte di Croce, perché era disfunzionale per il Sistema che vuoi rovesciare.

Passano gli anni e cambiano gli schemi.

Nell'89 cade il Muro di Berlino.

C'è Tangentopoli.

La discesa in campo di Berlusconi.

C'è l'11 settembre 2001.

Si parla di Impero, Globalizzazione, di lotta al Terrore.

Cambia il mercato del lavoro. Arriva l'esercito degli interinali. Ritorna il precariato, regolarizzato dalla riforma dell'art.30.

E c'è la morte di D'Antona e poi quella di Biagi.

Uccisi  sempre dalle neonate Br in nome d'un'ideologia di "politica e lotta" che però è differente dalla politica e lotta di IRA o ETA, per dire: non ci sono territori da separare o riunificare, ma esiste perché vuole rovesciare rivoluzionariamente un Sistema che negli anni è cambiato più velocemente di questa stessa lotta.

Magari sono cambiati anche loro, i Brigatisti, almeno nella tecnologia (in questi giorni s'è scoperto anche un furgone superaccessoriato per gli appostamenti), e negli obiettivi, ma non nel Metodo che fa tutt'uno con la Teoria.

Perché è un metodo che dà sicurezza, nei suoi meccanismi di consorteria: la doppia-tripla vita, gli stratagemmi (inutili) per non farsi scoprire, i piani discussi a tavolino, gli allenamenti con le armi, il proselitismo. Tutto un armamentario immutato nei decenni, se non negli adeguamenti tecnologici (anche le armi sequestrate sono le stesse).

E' questa coerenza che, per quanto anacronistica, rende letali le nuove Brigate Rosse.

Fa niente se sono quattro gatti. Se i loro bersagli non sono più i caporeparti o i manager della grande industria, ma gli uffici di Sky di Murdoch o la Halliburton di Cheney. O i soliti giuslavoristi, come Inchino. O l'anticristo della seconda repubblica, Silvio Berlusconi. Fa niente se sembrano pagliacci. L'ho scritto e lo ripeto: "le pistole in mano ai pagliacci, sempre pistole restano. Un proiettile, quando parte e uccide, se ne fotte se chi lo spara, ha su un naso rosso. Rosso brigatista".

di DanieleLombardi

Et voilà: D'Alema ancora una volta è riuscito a fare quello che gli riesce meglio: metterlo in quel posto a tutti convincendo gli astanti che sta facendo a loro un favore. Nessuno è riuscito a capire cosa davvero sta succendo. Ma quello che abbiamo davanti è il più machiavellico disegno costruito sulla politica italiana negli ultimi venti anni. E come al solito dietro c'è sempre lui: D'Alema Massimo, il grande manipolatore.

Ricapitoliamo: alla vigilia del voto D'Alema fa una dichiarazione che avrebbe potuto fare qualunque esponente dell'opposizione, non un ministro del governo in carica: "se il governo va sotto al Senato si va a casa". Chiunque avrebbe potuto capire che sarebbe già successo qualcosa dopo una dichiarazione simile. Un governo non va a casa perchè va sotto a una votazione, anche se così importante come l'indrizzo della politica estera. Francesco Cossiga oggi nel uo intervento ha ridicolizzato chi parla di dimissioni inevitabili del governo, ricordando che sia per il regolamento parlamentare, sia per l'esperienza (in 5 anni Berlusconi è stato sconfitto più volte in
parlamento senza mai accennare ad andarsene) non è inevitabile che il governo si dimetta. A meno che qualcuno non mini con dichiarazioni simili il futuro del governo. E meno che non abbia in mente qualcosa.

La cosa paradossale è che Silviuccio ieri sera ha telefonato, fra gli altri, a Cossiga e secondo le indescrezione ha chiesto a lui come a tutti i Senatori a vita di votare a favore del governo. Eh si, perchè se esiste un settore del centrosinistra che vuole la caduta del governo ne esiste uno di centrodestra che vuole ancora Prodi in vita. Berlusconi sa che una caduta del governo Prodi sarebbe la sua fine politica: Casini gongola soltanto all'idea di aver adesso in mano la possibilità dui decidere la  possibilità di sbocco che è naturalmente la tanto citata idea del "governissimo" di larghe intese, nel quale Silviuccio sarebbe tagliato fuori.

Così c'è il paradosso che D'Alema sta facendo cadere il governo e Berlusconi lo vuole in vita. E naturalmente per tutta la gente che discute al barino sotto casa la colpa sarà dei "comunisti" (su Repubblica.it sono già pronte le schede di proscrizione per i "colpevoli" Rossi e Tugliatto). D'altra parte se il dito indica la luna l'idiota guarda il dito. Un film già visto nel '98, con sempre D'Alema dietro il posto del burattinaio.

In colpo solo il genio politico di D'Alema oggi ha tagliato di fuori la sinistra radicale (diventata sopratutto dopo Vicenza troppo ingombrante a gestire) e ha decretato la fine politica di Berlusconi (e nessuno si è accorto che oggi D'Alema ha parlato quasi come fosse il nuovo presidente del consiglio). Machiavelli in confronto era un lattante.

lunedì, 19 febbraio 2007
di DanieleLombardi

Chi vi scrive è contro l'allargamento della base di Vicenza. Le ragioni sono le piu' varie, e non intendo qui ripetere la mia lontanza a ogni tipo di subdolo antiamericanismo. Ciò che preme è analizzare invece la situazione che si è venuta a creare su questa vertenza locale ormai di rilevanza nazionale, anzi, internazionale. Un governo, quello dell'Unione, che ha ereditato una decisione già presa dal governo precedente e non ha saputo fare dietrofront. La maggioranza dei cittadini vicentini e una sconfinata moltitudine di persone che chiede invece di ritornare sui suoi passi. Il pragmatismo, se vogliamo, politicista dello Stato contro l'idealismo dal basso di una buona fetta dell'elettorato di questo governo. E' un corto circuito che in modo ecquivoco viene riportato sui giornali come uno scontro fra "riformisti" e "radicali". Ma questa è una grande bugia, una ideologizzazione falsa della situazione che si è venuta a creare. Perchè è semplice e perchè fa perfino comodo. Ma quando ci si trincea dietro il "riformismo" per giustificare la decisione di non cambiare rotta rispetto al governo precedente si dice una cazzata. La si dice perchè in questo paese il sistema politico è ancora ancorato a un'idea che il riformismo debba essere legato a un'idea di moderatismo, di passività, di limitatezza della manovra politica. Si intende riformismo nel termine economico sociale ma non esiste una cultura per definirlo in politica estera. E se si è presa una decisione così importante e così influente sugli equilibri internazionali, come si è fatto per Vicenza l'unica strada riformista è quella di confermare questa decisione.

E chi l'ha detto che il riformismo sia equivalente a una grossa dose di senso dello Stato e di pragmatismo politico? Quando Riccardo Lombardi (grande esponente socialista) parlava di "riformismo rivoluzionario" intendeva una teoria politica che permetteva non solo di non rassegnarsi all'esistente, ai rapporti forza in cui vince il piu' forte o il senso dello Stato, ma di affermare l'umanesimo democratico, principio fondante della storia del riformismo, e costruire un disegno alla cui base ci fosse la necessità di sperimentare, con coraggio, dei cambiamenti radicali nella società.

Guardate cosa è successo in Spagna dove esiste un vero governo riformista: appena salito al potere Zapatero non ha avuto difficoltà di ritirare immediatamente le truppe spagnole dall'Iraq nonostante il governo precedente avesse promesso eterna fedeltà alla crociata di Bush. il ritiro unilaterale ed incondizionato della Spagna ha fatto piazza pulita del "senso di responsabilità", del "realismo", del "pragmatismo" che ha sempre fatto escludere ai nostrani sedicenti riformisti qualsiasi atto unilaterale di politica estera nei con fronti degli USA. Invece essi anche sulla questione irachena si sono affannati piú volte, a dire "non faremo come Zapatero". Addirittura Prodi dichiarò "io non farò colpi di teatro come Zapatero". Ma nessuno ha spiegato perché: né in una intervista né in un articolo o da un Vespa qualsiasi abbiamo potuto leggere o sentire perché e su cosa Zapatero avrebbe sbagliato.

E in effetti Zapatero non ha sbagliato. E si è comportato come un perfetto riformista: ha mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale e ha disatteso quelle del vecchio governo. Il fatto è che noi non possiamo permetterci simili posizioni. La Spagna, a differenza di noi, ha due caratteristiche: capacità di sviluppare politiche di riforma e capacità di decisione. La prima ha come fondamento il fatto di essere stata l’ultimo Paese europeo che ha avuto una dittatura. L’uscita dal regime totalitario ha prodotto una spinta profonda al cambiamento, ha liberato le forze sociali: non si ha paura di prendere decisioni che cambino profondamente la direttrice politica del paese. La capacità di decidere deriva invece dal tipo di sistema politico, molto aggregato e definito. Hanno grandi partiti con ampia capacità di sintesi, che quindi alleggeriscono le decisioni di governo da esigenze negoziali.

Da noi è esattamente l'inverso: il problema è strutturale. Usciamo da 50 anni di governi negoziali è la cultura predominante è quella. I governi che salgono al potere disattengono tutte le promesse fatte in nome di un pragmatismo politico di pura realpolitik: a Vicenza non si può dire di no agli americani perchè la decisione è stata già presa dal governo precedente. Ecco allora che Prodi, incensa a vanvera la cultura riformista anche su questo punto. Perché a vanvera? Perché Prodi culturalmente si rifà a Dossetti e alla sinistra democristiana, che riformista non era. Ma piuttosto statalista, nel senso peggiore del termine. Quello dello statalismo cattolico: una specie di “universalismo applicato” attraverso le istituzioni pubbliche. Insomma, nessuno vero strappo riformista sia in politica interna che estera: lo statalismo riformista prodiano è sempre pronto a trattare con tutti. Il leader del futuro di questo tipo di riformismo è probabilmente Rutelli: sai che risate. Oggi essere riformisti in politica estera significa assicurare la governabilita' mondiale nel segno della pace, del dialogo e del confronto che la superpotenza americana non e' in grado di garantire perchè in profonda crisi di egemonia. Il governo spagnolo questo l'ha capito e oggi nutre di un prestigio internazionale migliore di prima. Noi siamo fermi ancora alla diatriba da guerra fredda su "antiamericanismo"/"filoamericanismo" e non riusciamo a prendere una decisione autonoma, politica e geopolitica, sulla base di Vicenza.

E così mentre quel 20 per cento dell´elettorato che si colloca tra l´ala sinistra del partito socialista, gli ex comunisti di Izquierda Unida e i gruppi no-global (un settore che nell´ultimo decennio era stato spesso assenteista) è ormai tutto schierato con Zapatero (un serbatoio di voti che alle elezioni del 2008 farà sentire il suo peso) in Italia nei sondaggi cresce Berlusconi. E ci credo: un governo che non riesce a caratterizzarsi nelle sue scelte dal governo precedente ha vita breve. Terribilmente breve.

sabato, 10 febbraio 2007
di visko

Finalmente è nato un disegno di legge - la Bindi-Pollastrini - per regolare le unioni di fatto.

Ora dovrà andare in Parlamento, dove e' probabile che ci siano delle modifiche all'impianto della legge (bella sta cosa dell'impianto della legge. Un po' come gli impianti a gas sulle macchine. le metti in un garage e c'è il rischio che esploda. Basta una scintilla). Sicuramente ci saranno polemiche (ecco le scintille).

Ne han parlato, trai tanti, anche a Radio anch'io, Giovanardi dell'Udc versus Boselli dello Sdi.

Due anime decisamente contrapposte, la prima ultra-ortodossa, la seconda iper-laica.

I toni, come era ovvio aspettarsi, erano accesi.

Giovanardi ad asempio, critica le riflessioni di due ascoltatori - perché ad opporsi ai pacs devono essere parlamentari che sono divorziati o conviventi? -e le bolla come ragionamenti idioti. "Sono stufo di chi tira in mezzo la situazione personale di parlamentari che, pur se divorziati  - che comunque, anche se divorziata, resta una famiglia - o anche conviventi, non pretendono per loro nessun trattamento di favore!". Legittimo da parte loro, anzi, direi lodevole visti anche i privilegi che già hanno i parlamentari, in termini assicurativi (trattamenti agevolati per aprire polizze a favore del convivente). Il punto è che questi lodevoli parlamentari inneggiano alla famiglia tradizionale, che verrebbe scardinata dai DiCo. E questo controsenso è solamente ipocrita.

(ovviamente si potrebbe ribattere: "che c'entra, se sono stati sfortunati nello loro storia d'amore non e' che agli altri auspichino la loro sfortuna").

Boselli fa notare un paradosso notevole, specie nella nostra democrazia: spesso e volentieri, in mancanza di leggi ad hoc, si finisce per affidare le sorti di ogni caso critico alle sentenze dei giudici (il caso Welby è emblematico), con conseguente aggravio del lavoro dei magistrati.

Ovviamente l'ingerenza della Chiesa entra nel contradditorio, tanto da far sbottare Giovanardi con un: "Basta aggredire il mondo cattolico! L'ex presidente del Senato Marcello Pera, che è un laico, un ateo, un seguace di Popper è contro i Pacs!" (varrebbe la pena che Giovanardi leggesse Siamo alla frutta: Ritratto di Marcello Pera, (ed.kaos): saggio sulla svolta laico-clericale del prof. Pera, che ne fa un ritratto al confine tra incoerenza e schizofrenia. A volte succede, se sniffi troppi popper).

La Cei, dopo un ritiro per studiare a freddo il ddl, ieri pomeriggio ha sentenziato che «Si parla di «Dico» ma si pensa a «Pacs», e soprattutto si prefigura una escalation legislativa in questo senso», ergo: "non possumus". Bocciata tutta la linea. (ma va)?

A dire il vero questi DiCo fan storcere il naso sia agli integralisti cattolici che alla comunita' omosessuale (no, dico rendiamoci conto: si parla di "comunita' omosessuale"...).

Ma cosa dice di preciso il ddl?

Allora, ecco l'articolo uno:

"Due persone maggiorenni e capaci, anche dello stesso sesso, unite da reciproci  vincoli affettivi, che convivono stabilmente e si prestano assistenza e solidarietà materiale e morale, non legate da vincoli di matrimonio, parentela in linea retta entro il secondo grado, affinità in linea retta entro il secondo grado, adozione, affiliazione, tutela, curatela o amministrazione di sostegno, sono titolari dei diritti, dei doveri e delle facoltà stabiliti dalla presente legge".

Per cui, volendo, anche zia e nipote potrebbero farne richiesta (specie se la zia fosse Edwige Fenech e il nipote Alvaro Vitali).

Ovvio che non si possano dichiarare conviventi tutti: ad esempio, se c'e' un rapporto lavorativo "badante-assistito" (magari con la Edwige Fenech e Gigi Ballista) e se una delle due persone sia stata condannata per omicidio consumato o tentato sul coniuge dell’altra o sulla persona con la quale l’altra conviveva ai sensi di legge. (dai, pero' come prova d'amore e' mica male).

Comunque quello che viene sottolineato e' il fatto che si tratti di persone e non di coppie.

Ma come si fa a fare un Dico? (questa domanda e' fondamentale perche' e' con un avverbio che la lunga trattativa sul ddl s'e' sbloccata facendo dichiarare alle due ministre la loro soddisfazione, quando hanno annunciato la via italiana ad una regolamentazione delle coppie di fatto):

La convivenza si dichiara dinanzi all'ufficiale dell'anagrafe "contestualmente": la Pollastrini aveva proposto "congiuntamente", la Bindi "disgiuntamente". Ora se si va a cercarlo on line, solo il De Mauro Paravia da' un lemma, ma non ci aiuta molto: il senso, alla fine sarebbe: andiamo insieme al comune, pero', volendo, possiamo entrare uno alla volta dall'ufficiale dell'anagrafe, senza tenerci per mano. Tant'e' che - e questo e' l'aspetto ridicolo della dichiarazione -:

"qualora la dichiarazione all’ufficio di anagrafe (...) non sia resa contestualmente da entrambi i conviventi, il convivente che l’ha resa ha l’onere di darne comunicazione mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento all’altro convivente; la mancata comunicazione preclude la possibilità di utilizzare le risultanze anagrafiche a fini probatori ai sensi della presente legge".

Questo comma ha fatto incazzare l'on Luxuria che ha detto: "Hanno fatto sparire la dichiarazione congiunta . Si tratta di un compromesso al ribasso per noi inaccettabile". (No, si tratta semplicemente della via italiana alle unioni di fatto).

Altre cose fanno tuonare i critici dei Dico, ma possiamo riassumerle cosi': i conviventi hanno gli stessi diritti, ma non gli stessi doveri d'una coppia sposata, anzi, in molti casi, le coppie di fatto vanno a ledere dei diritti delle coppie unite in matrimonio. (Giovanardi, sempre a radio anch'io: ne fa un esempio efficace: "questi qui nei trasferimenti di lavoro, dell'assegnazione delle case popolari si fanno avanti e tolgono posti nelle graduatorie alle famiglie legittime").

Per non tediarvi ulteriormente (e anche perche' all'inizio del post il ddl e' linkato) elenco rapidamente tre diritti (i doveri sono il rovescio dei diritti, visto che tra i conviventi - cosi' come tra gli sposati - c'e' un rapporto di reciprocita'):

Ora se avete voglia e tempo, qui potrete leggere i diritti ed i doveri delle coppie sposate.


Bene, se avete visto in linea di massima i diritti (e doveri) tra Dico e matrimonio non e' che siano cosi' differenti, al che' (come molti giustamente hanno notato): che bisogno c'era di questa legge?

Diciamolo allora chiaramente, molti di quelli che osteggiano questa legge lo fanno per non riconoscere le unioni omosessuali. Altrimenti, si comincia cosi' e si finisce alla Zapatero, "con questi froci che possono anche adottare i figli".

Allora premesso che la procreazione e' un atto naturale e in quanto tale non tutti possono praticarlo (al massimo il progresso ha dato una mano a chi ha difficolta' [aiuto per niente ben accetto dalla Chiesa] e premesso  che il nostro paese non e' pronto ad accettare che ci siano figli adottati da coppie omosessuali (specie se formate da due uomini, ma a conti fatti si sente meno il desiderio di "maternita' "se sei gay, ma non effeminato, quindi l'adozione sarebbe solo una questione di principio), questo spauracchio di scardinare la famiglia tradizionale (che come ha postato Daniele, si scardina benissimo da sola) ha un retaggio omofobo tipico della Chiesa cattolica (e di questo Papa in particolare), retaggio che e'  difficilissimo da scardinare. Tracce se ne possono ritrovare in questo articolo sul Giornale di cui vi riporto un passaggio:

"Nel luglio 2003 la Congregazione per la dottrina della fede, guidata dall’allora cardinale Ratzinger, aveva pubblicato una nota dottrinale, approvata da Giovanni Paolo II, nella quale si esprimeva la contrarietà per il riconoscimento delle unioni omosessuali: «Se tutti i fedeli sono tenuti ad opporsi al riconoscimento legale delle unioni omosessuali – si legge in quel testo – i politici cattolici lo sono in particolare, nella linea della responsabilità che è loro propria. In presenza di progetti di legge favorevoli alle unioni omosessuali, sono da tener presenti le seguenti indicazioni etiche». «Nel caso in cui si proponga per la prima volta all’assemblea legislativa un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali – continuava la nota dottrinale – il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge. Concedere il suffragio del proprio voto ad un testo legislativo così nocivo per il bene comune della società è un atto gravemente immorale»".

Ma emblematico e' l'intervento del cardinale Tonini a Baobab: l'albero delle notizie, ieri pomeriggio sempre su radio1, che, in un contraddittorio con la Pollastrini, ricorda che Kant riteneva aberranti le relazioni omosessuali ("capite? Persino Kant!").

Eminenza, con tutto il rispetto, ma sara' capitato anche a Kant di dire 'na stronzata ogni tanto.

Comunque, visto che e' una cosa all'italiana (e qui la Chiesa puo' contare sui teo-con/dem che in Spagna sono meno evidenti. O magari piu' corretti, quien sabe), il dibattito parlamentare, come si diceva all'inizio,  avra' il suo bel proliferare di polemiche e colpi bassi, la legge verra' cambiata (non so se in meglio o in peggio, non solo perche' sono due termini relativi, ma perche' lo sara' per via dei ricatti che arriveranno da maggioranza ed opposizione), e quasi certamente verra' indetto un referendum.

Allora si che sapremo se davvero in Italia siamo pronti a vedere due omosessuali uniti tanto per Dico oppure la famiglia tradizionale continuera' a farla da padrona (con buona pace dei fans della Fenech, Vitali e la buonanima di Gigi Ballista).

venerdì, 09 febbraio 2007
di DanieleLombardi

Guardo raitre e mi passa davanti lo spot govenativo sul "giorno del ricordo". Uno spot televisivo, che di tanto in tanto fa capolino tra gli ecomostri e i mezzibusti televisivi, si duole della "pulizia etnica" perpetrata dai "partigiani comunisti jugoslavi" ai danni dei poveri italiani dell'Istria. Esco di casa e un mortifero manifesto annuncia una messa e una mostra. Un altro - graficamente agghiacciante - grida il rituale "Noi non dimentichiamo". 


Il 10 febbraio è tornato e a passo di danza annuncia una blanda, blandissima carica. La Giornata del Ricordo per i "martiri" delle foibe è tra noi, come un ospite nel salotto di Vespa, annunciato dal dlin-dlon d'ordinanza. Eppure manca qualcosa.

Che sia una giornata che manca di autostima lo vede benissimo. E' molle, flaccida, banale, ridondante. Vittimista. Chi l'ha imbastita, dissepolta, inventata ha creduto nell'onnipotenza dello strumento. Errore comune. Ma ha finito per smarrire il fine. Giacché non basta dire: "piangi e soffri!" All'ignaro conterraneo perennemente bambino. Bisogna pure che ve ne sia una ragione valida. O più d'una. E possibilmente tutte più forti dell'indifferenza strutturale.Non è questione d'enfasi.

Questa giornata continua a non essere sentita davvero. Ma forse la Giornata del Ricordo non è mai stata, né per pudore può pretendere d'essere, una ricorrenza popolare, di quelle che si segnano in rosso sul calendario di Sara Tommasi. I militanti della destra lo sanno. Finanche qualcuno di noi lo sa. Basta uno sguardo per comprenderci: è una cerimonia per neofascisti. Diciamocelo francamente. Lo è sempre stata. Avete voglia, camerati, a negare. Ve la siete fatta su misura. Piuttosto quel che a molti di voi rode, probabilmente, è che a cucirvela addosso sia stato quel sarto tendenzialmente voltagabbana che risponde al nome di Gianfranco Fini.

 Ma per il resto è perfetta. Il riverbero nazionalista, la cosiddetta crisi di valori, i libelli revisionisti, vi hanno aiutato a dovere, infiocchettando una leggenda metropolitana fino a renderla un cult: gli italiani morti in quanto italiani. suvvia! Ci credono solo gli amanti delle fiction.
 
Lo sapete tutti cosa hanno fatto gli italiani in Istria e in Dalmazia.
Lo sapete e ne andate fieri, per dirla tutta.
 Lontano dai riflettori ve ne vantate pure, romanamente.
Quanti saranno stati i morti slavi durante l'occupazione?
C'è chi dice 250mila, chi 300mila, chi arriva al mezzo milione.
 
E con tutto quel macello artificiale, dopo stupri, violenze, ammazzamenti vari, paesi in fiamme, mi volete far credere che c'è ancora qualcuno così sciocco da ritenere "orribile" che i partigiani abbiano ricambiato con un buchetto nel cranio?

Si?

Ma allora siete idioti realmente! Aveva ragione Lombroso, lasciatevelo dire!E già! Perché una cosa è dire - dirci così, negli occhi - che siete riusciti a fottere questo paesucolo melodrammatico facendo diventare un vostro totem, totem nazionale. Ma altro è crederci realmente!

Fatti vostri. Sta di fatto che l'attenzione indotta sull'evento (dai media quanto dai partiti politici) si rivela anno dopo anno inversamente proporzionale al belletto che si vuole dare alle vittime: prima martiri, poi finanche eroi. Col nulla attorno. Come le Mentos. Mi sa che gli unici a ricordarci ancora della Giornata del Ricordo siamo proprio noi! Che vi aspettavate? A voi fascisti non interessava avere la folla ai sacrari della memoria nazionale. Interessava far passare un principio. E ci siete riusciti. Accontentatevi.

In un Paese che non ha mai seriamente fatto i conti col fascismo (o al massimo ne ha una visione folkloristica), fare i conti con l'Antifascismo (Volante rossa, triangolo della morte, foibe) non può che essere strumentale. Di questo se ne sono accorti anche i bambini.

Io non ricordo. O meglio, vorrei ricordare lontano da ogni strumentalità. Quindi non lo farò il 10 febbraio.