giovedì, 31 maggio 2007
di visko

... l'hanno rifatto.

Però stavolta hanno cambiato argomento: l'omicidio di Marsciano, in quel di Perugia.

Vespa, con la classe che lo contraddistingue, sullo schermo che fa da sfondo allo studio, ha fatto scrivere "QUANDO L'ORRORE TI DORME ACCANTO", da Mentana stan mandando un servizio dove la gente, mentre il marito della vittima, accusato dell'omicidio, è condotto alla caserma dei Carabinieri urla: "la pena di morte, ci vuole la pena di morte!".

Ma l'aspetto inquietante è ancora la presenza in studio dell'avvocato Taormina, stavolta su una delle poltroncine bianche di Vespa.

Allora è l'avvio d'una nuova era televisiva.

Se avete intenzione di uccidere donne incinte o di seviziare bambini, siete avvisati: l'inferno ha la musica di Via col Vento oppure un anfitrione coi riccioli che parla a mitraglia.

(Poi, dopo, la situazione ha ritrovato un suo equilibrio: da Vespa s'è parlato di Rignano Flaminio, da Mentana s'è continuato a parlare di Marsciano.

Me ne sono accorto perché, facendo zapping tra canale 5 e rai 1, su una  poltroncina bianca è apparso il rappresentante delle maestre-presunte-pedofile (quello colla bocca a culo di gallina, per capirci). Al che mi ero detto: "ohibò, e che gli chiedono pareri anche su un uxoricidio a codest'uomo?!", poi l'inquadratura s'è allargata e sullo schermo alle spalle di Vespa c'era scritto qualcosa tipo: "I BAMBINI CONTINUANO A STARE MALE, MA LA LA COLPA NON E' DEGLI INDAGATI?", uno dei classici quesiti che ti portano a formulare ipotesi balorde e morbose tipo: allora si sono seviziati da soli sti bambini?!

Superata quest'impasse, ho pensato: "un attimo, ma allora se c'è Taormina, se c'è Bocca a Culo di Gallina, chissa sé...". Suona il campanello, parte Via col Vento e Vespa dice: "facciamo entrare la combattiva vicepresidente dell'associazione dei genitori di Rignano" ed arriva la mia mamma preferita.

Dio usa delle vie davvero misteriose, per quanto gradite, per manifestare la sua esistenza...)

p.s.

poi mi sono addormentato.

Semplicemente per stanchezza e non per un atto di snobismo verso Vespa e Mentana: se ieri sera, verso mezzanotte, mi sono alzato dal letto per scrivere questo post e se stamattina, alle 7.18, prima di andare a lavoro, ho riacceso il pc per apportare quest'aggiunta, vuol dire solo che questa cosa inizia ad ossessionarmi.

Ergo: non sono affatto migliore di chi s'è sciroppato le due trasmissioni di ieri sera.

Amen.

mercoledì, 30 maggio 2007
di visko

La storiaccia dell'asilo di Rignano Flaminio è arrivata come una boccata d'ossigeno per la morbosità di quegli Italiani che magari ci son rimasti male perché ad Erba il tunisino era innocente.

In questa nuova tragedia che travolge un piccolo comune i maestri di cerimonia preposti all'uopo sono i due che si contendono il palmares dell'approfondimento (la metafora più appropriata è quella del coltello girato nella piaga): Enrico Mentana e lo sguazzator di frattaglie mediatica per eccellenza Bruno Vespa.

Il culmine s'è raggiunto la settimana scorsa allorquando sia Matrix che Porta a Porta avevano come argomento le vicende dei bambini dell'"asilo degli orrori" (da qualche parte è stato ribattezzato così? In caso di diniego mi assumo la paternità di questa definizione, siete testimoni): equamente s'erano divisi i partecipanti della trasmissione: due genitori di bimbi presuntamente violentati dalle maestre, un parente delle maestre, un avvocato per parte.

E' una fortuna, per queste trasmissioni, che non si tratti di violenza perpetrata su un solo bambino: in tal caso la partecipazione di molteplici genitori in due trasmissioni contemporanee sarebbe stata possibile solo in caso di incertezza sulle generalità del padre, visto che la madre resterebbe una sola. Se invece il bimbo fosse stato adottato e la madre naturale avesse avanzato pretese, avremmo avuto allora anche due madri (una delle due presentata magari come matrigna, appellativo quasi spregiativo, e per giunta anche ossimorico se delle, due mamme, la matrigna  fosse stata quella più amorevole).

Ma questi sono meri esercizi mentali (esercizi mentali manuali, leggi: pippe).

Semplicemente mentre nel caso del delitto di Cogne non ricordo sia mai capitato che i due sfidanti andassero in onda contemporaneamente sullo stesso fattaccio (anche lì nulla avrebbe vietato di dividersi esperti, avvocati, periti, testimoni, parenti anche di gradi sino a due cifre. Cosa ha trattenuto Vespa e Mentana?), in questo caso s'è osato l'inosabile (almeno sinora): vedere quale delle due trasmissione ce l'avesse più duro (l'indice d'ascolto, ovvio) a parità di condizioni (e disparità di conduzioni).

Così ci sono dei duelli che si ripetono incrociando i possibili contendenti anche se le combinazioni, gira e volta, sono sempre quelle: c'è la mamma d'una bambina - la mamma che mi piace di più, esteticamente intendo - che è mossa da vibrante indignazione (cosa che la rende vieppiù eccitante dinanzi ai miei occhi morbosamente circuìti) nonostante la sua figliola non sia mai stata coinvolta, però ha una buona dialettica (la mamma, non la figliola), bella presenza (sempre la mamma), per cui l'han chiamata entrambi, sia Vespa che Mentana quando c'è da dibattere. Poi c'è uno il tipo del comitato sull'Innocenza degli indagati: quello che balbetta un po', ha la barba di cinque giorni e la bocca a culo di gallina ed è sempre accigliato come se, ad ogni passo compiuto, pestasse una cacca. Ed ai piedi avesse delle infradito. Ancora c'è un avvocato dall'occhio ceruleo e la barba brizzolata che fa no colla testa e che si scusa quando interrompe l'intervento della mamma-buona-era-lei e lei gli fa presente "che, no, scusi avvocato, io non l'ho interrotta quando lei parlava", c'è il papà che continua a raccontare la storia della patatina della sua bimba tanto da farla diventare la Patatina per Antonomasia, senza farle perdere, a quella patatina, un briciolo della sua innocenza violata.

La sensazione, ad un certo punto, è quella di assistere a degli incontri tra campioni di Wrestling: gira e volta, son sempre gli stessi che si danno sganassoni (per finta, almeno i lottatori di wrestling) e le uniche cose che cambiano sono i contesti in cui rappresentano la loro pantomima.

Esatto: una pantomima. Il rischio che si corre - che stiamo già correndo, visto che che questo tipo d'interesse morboso attorno ad un fatto di sangue è iniziato con il delitto di Samuele come ha fatto presente Francesco Merlo in un editoriale uscito su Repubblica il giorno dopo la trasmissione dei due approfondimenti - è quello di perdere di vista il dramma che devono aver vissuto questi bimbi per colpa di qualcuno (che non è detto debbano essere per forza le maestre, la bidella, il benzinaio ed il regista sospettati), per aspettare l'ennesimo colpo di scena, la rivelazione drammatica, la svolta imprevedibile.

Svuotare di significato un fatto dai contorni ancora nebulosi e farlo diventare un evento magari nitido, pieno di interviste, ricostruzioni, filmati e scontri verbali in studio, cioè un evento buono solo per attirare audience basato, per l'ennesima volta, sulla dicotomia colpevolisti vs innocentisti: una classica dicotomia da Cogne in poi, appunto,  dimenticando, tra l'altro, che tutti gli "-ismi" sono dannosi, figuriamoci quelli che sono relativi a fattacci di cronaca che coinvolgano dei bambini.

(Ho tirato fuori il caso di Cogne sia perché è stato l'evento che ha dato la stura a queste trasmissioni d'approfondimento infarcite di morbosità, sia perché ospite della trasmissione di Mentana, quella sera, c'era - udite udite - l'avv.Taormina).

Di cosa abbiano parlato nelle due trasmissioni?

Non lo so: lo zapping da un canale all'altro, soprattutto con sguardo incredulo per l'eccezionalità dell'evento, non mi ha permesso di seguire per più di qualche minuto questo o quel ragionamento, ma son convinto che questo esperimento possa avere altre repliche magari affinando le differenze tra le due trasmissioni (magari, chissà, da Vespa le interviste a bambini col volto pixelato che toccano tuberi pelati per evitare qualsiasi allusione, o da Mentana lo scoop delle passioni sessuali segrete di qualche maestro di asili nido, che per di più s'eccita solo dopo aver trafitto gli occhi d'un gattino con uno spillone e viene copiosamente, urlando le coordinate geografiche di Rignano Flaminio).

Personalmente aspetterò con ansia il giorno in cui la mamma-ospite che piace a me, decidesse di protestare per la lungaggini degli inquierenti, mostrando le tette in tv.

Evvai.

martedì, 15 maggio 2007
di MarFal84

fate04«Ieri Adamo ed Eva hanno battuto Adamo e Giuseppe con un netto e indiscutibile 6-0.
Fassino e il Palazzo hanno un bel dire sul dover rispettare le due piazze di ieri, ma non hanno capito che di piazza ieri pomeriggio c’è ne è stata una sola, perché per fortuna i normali sono la stragrande maggioranza nel Paese mentre i diversi un’esigua minoranza. Una minoranza sostenuta solo da un governo fuori dal tempo, forse l’unico a coprire la scandalosità del loro gay pride.
Un Governo che ieri ha subito un pesante cappotto. W la famiglia abbasso i culattoni"

On. Roberto Calderoli, 13 maggio 2007

martedì, 08 maggio 2007
di Nick24

Un articolo di Francesco Merlo apparso su la "La Repubblica" di Venerdì 4 Maggio 2007

Seppelliti dagli strepiti per una violenza, pretesa e virtuale, contro il Papa, abbiamo tutti colpevolmente messo la sordina alla sola violenza, reale e fattuale, del Primo maggio: quella contro il disarmato e disarmante Mario Segni. Eppure, l’aggressione fisica, in piazza san Giovanni a Roma, al più mite degli italiani; il raid dei giovani di Rifondazione contro “l’uomo delle firme”. L’assalto al mansueto Professor Referendum è una campana che dovrebbe suonare per tutto il Paese, perché è una di quelle violenze contro l’inerme e l’innocente che hanno segnato la parte più odiosa della storia d’Italia. Ancora più strano è che questa aggressione, carica di simboli e di significati, sia invece, nel migliore dei casi, finita tra le notizie brevi, raccontata come una bizzarria del festoso primo maggio e non come una violenza politica ispirata da una politica della violenza. È vero infatti che la violenza è sempre riprovevole, ma diventa orribile quando si accanisce contro un vecchio filosofo (Gentile) o quando bestialmente si rovescia su un intellettuale armato solo di critica (Gobetti). Certo, qui siamo, grazie al cielo, ben lontani dall’esito letale, dall’omicidio; qui alla fine nessuno si è fatto veramente male. Ma l’aria di famiglia è la stessa. C’è infatti la stessa intolleranza: «Ehi, Segni, questa piazza è nostra, tu non puoi starci»; c’è la viltà dei tanti contro i pochi: «Cosa ci fai, tu, democristiano, tra le nostre bandiere?»; e, ancora, c’è la ferocia dei giovani contro il vecchio, e poi gli spintoni, le mani che si alzano per colpire, i bastoni, i tavoli rovesciati, le carte stracciate e le firme sottratte, una folla di altri giovani ostili che si gode lo spettacolo, l’odio per chi ha un pensiero diverso dal tuo: «Cacciamo via questo qualunquista». Ecco: del fascismo quel che non ci piace non è il sistema delle corporazioni, ma è questo, è la viltà.

Gli aggressori sono estremisti di sinistra, «sicuramente erano militanti di Rifondazione» conferma Mario Segni. Insomma erano giovani comunisti che ovviamente sono scappati e che davvero sembrano usciti da una drammatica parodia delle squadre fasciste, aizzati come fossero dei cani contro un uomo che da venti anni coltiva il sogno di cambiare la sostanza degli italiani cambiando la loro forma elettorale. E che adesso, dopo essere diventato nonno, invece di fare il referendario in pensione, e magari anche il padre della patria, è di nuovo per strada a raccogliere firme, a fare cioè la cosa più ingenua che si possa fare in politica, che è rapporto di forze, è potenza. Picchiare un uomo così, un professore che lavora sullo spirito, sull’immaginario, sull’idea ossessiva che la cultura diventi il pane della politica, che il codice della cultura possa essere applicato alla politica; picchiare, insomma, Mario Segni è la prova definitiva che non ci sono più tra di noi, come negli anni di piombo, ragazzi che si trasformano in criminali della politica perché ubriachi di politica, ma solo ragazzi ubriachi che fanno politica. Perciò la sera del primo maggio ce li immaginiamo, questi giovani aggressori di Mario Segni, mentre festeggiano all’osteria, come facevano i “bravi” manzoniani e come facevano appunto gli squadristi che picchiavano i professori, i sognatori, i deboli e poi, via, al bordello, a brindare per ogni testa che avevano spaccato. Quelli, che erano gli arditi di Mussolini, almeno avevano l’abitudine di tenere il mento in su, mentre questi che dicono di essere i comunisti di Bertinotti quando occorre usano il passamontagna.

È vero che Bertinotti ha scelto la non violenza e che “fa l’indiano”. E però, prima dell’aggressione, ha detto ai suoi militanti che «il referendum mina le basi della democrazia » e, solo dopo l’aggressione, ha spiegato loro che «la raccolta delle firme deve comunque essere garantita». Prima ha detto una cosa sconsiderata, ben più sconsiderata e violenta delle battute sul Papa pronunziate dal presentatore Rivera sul palco del primo maggio, e solo dopo Bertinotti ha parlato come il filosofo scalzo, quello consegnato al recente ispiratissmo libro La città degli uomini. Prima ha armato ideologicamente gli anfibi dei suoi ragazzi e poi ha fatto il saggio gandhiano. Ma si può ancora accettare questo gioco con la verità, con le due verità, con l’ossimoro, con il nicodemismo? Ed è possibile che gran parte della cultura e del giornalismo italiani debbano ritenere insignificante tutto questo e indignarsi invece perché un sedicente comico, senza fare ridere, ha stanato l’arroganza dell’Osservatore romano? Chi è stato più comico: il presentatore Rivera o l’Osservatore Romano? Qualcuno dice che anche questo altro referendum di Mario Segni sia, politicamente parlando, molto importante. E, certo, Rifondazione ha tutto il diritto di pensare che un sistema maggioritario vada evitato e che bisogna invece continuare a vivere in regime di democrazia assembleare. A noi, che non crediamo più alla forma che cambia la sostanza di un Paese, ci interessa solo che è stato picchiato Mario Segni, l’uomo che incarnò per un momento l’alta illusione collettiva di trasformare tutti i politici italiani, compreso se stesso, in agili e leggeri trasvolatori, in tanti Icaro a cui attaccare le ali di cera della modernità, del mito anglosassone, della civiltà del maggioritario, dell’alternanza e della stabilità.

Gli estremisti sanno che Segni non dispone di una massa critica, che non esiste in Italia il mariosegnismo e perciò credono che si possa fare davvero a Segni quel che a Bagnasco si minaccia sui muri, perché Segni non ha clero, non ha uomini nelle commissioni, negli enti locali, in Parlamento e neppure fa paura ai giornali. Si sa: Segni è quello che ha perduto l’occasione, che è politicamente un ingenuo, che è fuori ed è oltre. Se fosse un colore sarebbe il celeste che i bertinottiani di piazza San Giovanni considerano stinto, un blu indebolito, ma che per molti altri italiani potrebbe essere altezza, o cielo; e se invece fosse un sapore, Segni sarebbe la vaniglia, che gli squadristi di piazza san Giovanni considererebbero dolciastra indecisione e altri sobrietà e festa di nuances. Così in politica l’altra faccia dell’ingenuità e della superfluità è l’innocenza, è la pulizia. E va bene che siamo in tempi di politica semplificatoria che, a testa bassa, non sopporta le mediazioni e le articolazioni complesse, ma i fantasmi di combattimento, gli scarti di piazza San Giovanni ci parlano di un’Italia e di un’ennesima forma di violenza che in fondo non ci aspettavamo, ma che esiste e con la quale dobbiamo imparare a convivere, come ci accade con gli incidenti stradali. La politica della violenza, che era levatrice di storia, è ormai violenza senza politica, affronto che galleggia sulla storia. Chi, come Mario Segni, l’ha subita, ci dice che «non è successo niente», esattamente il contrario di chi, come l’Osservatore romano, non l’ha subita. Ma forse Segni parla così solo perché non capisce una violenza che non ha più neppure il conforto di un ragionamento politico che la renderebbe meno bruta e ingiustificata. Comunque, adesso lo sappiamo: nella nostra politica ci sono anche gli scarti di piazza San Giovanni. È come l’immondizia che non riusciamo a smaltire.

giovedì, 05 aprile 2007
di Nick24

a

Marcello Pera, senatore di FI (ahime...), filosofo popperiano, amico personale di Benedictus XVI e anche concittadino di un famigerato autore di questo blog (temo ritorsioni infatti), sulla Stampa di oggi offre uno spunto di riflessione interessante sul modo di rapportarsi laico con la Chiesa. Poi la smetto di tediarvi....

di visko

Leggendo e rileggendo i post di Nick (bentornato!) e Piero (pur'atté, bentornato!) e di Luigi, mi rendo conto che le "due scuole di pensiero" sono ben rappresentate,quindi qualsiasi cosa io possa aggiungere - aldilà del partito preso - servirebbe tutt'al più da cornice per un un quadro su cui i colori continuano ad affastellarsi l'uno sull'altro spero non in maniera caotica.

Per comodità, soprattutto mia, allora elencherò dei punti per mettere insieme questa cornice, poi vedremo che ne salta fuori (tanto le cornici si posson sempre cambiare).

1. Nick ha ragione quando si parla di "metafisica della natura umana" e ha finanche ragione quando dice che c'è "una vera battaglia in atto: parte dell'Occidente trascinato da un grande pensatore come Joseph Ratzinger e parte dell'Occidente trascinato dai vari Grillini ed altri più importanti pensatori laici. Non altro".

Il punto è che il grande pensatore Ratzinger è anche papa Benedetto XVI, capo d'uno stato che, per quanto piccolo, ha un potere non indifferente : condizione che non tutti i seri pensatori laici possono soddisfare.

2. La potenza della Chiesa non è solo dettata da quelle prerogative che ha giustamente elencato Piero e che appartengono ai "diritti" (sic!) acquisiti dallo Stato Vaticano negli anni, soprattutto nel nostro paese.

Da quasi duemila anni (visto che i fondatori della Chiesa cattolica sarebbero Pietro e Paolo) questa istituzione è la più grande fabbrica di consensi che la storia umana ricordi. Una multinazionale che, come Nick ci ha riportato, ha 1.057.328.093 di fedeli (sarebbe più corretto dire fidelizzati).

Un'azienda che ha nelle Sacre Scritture le linee guida e nell'Unico Dio e nel Verbo che Si è Fatto Carne i suoi Brand.

Ora questa lettura in marketing style della Chiesa che potrebbe sembrare blasfemia nella mia bocca, ha una testimonianza, al di sopra d'ogni sospetto, nelle parole di monsignor Ernesto Vecchi che, alla domanda: "la Chiesa ha preso lezioni di marketing?" rispose con un laconico:

"Scherziamo? La Chiesa può solo darne, di lezioni. Le aziende mortificano gli uomini misurandone la produzione, noi invece sappiamo valorizzarli. Il marketing? Ha cominciato Gesù, già duemila anni fa".

Gesù quindi è il testimonial perfetto, ma non solo per gli addominali scolpiti (come direbbe Daniele Luttazzi): sarebbe anche il manager che si è immolato per la Causa Aziendale ed attorno al suo sacrificio si è costruito un sistema che tutt'ora è in voga, tutto giocato su un equilibrio di pesi e contrappesi, crediti e debiti dove il senso di colpa, i peccati, la remissione dei medesimi, sono moneta sonante.

Senza intenti polemici: la Chiesa è riuscita ad assimilare (con la persuasione e laddove era stata necessaria, con la violenza) anche molti dei culti concorrenti, spesso facendone propri molti aspetti, in un amalgama che cancella qualsiasi diversità con il dogma cattolico (ad esempio la mitra che indossano i vescovi s'ispira al copricapo dei faraoni, e la papalina a quello tipico della tradizione ebraica. La stessa "Casa Madre", la Basilica di San Pietro con tutta la piazza antistante, è il trionfo d'una Grandiosità kitsch: un obelisco egizio s'erge al centro della piazza, durante le feste natalizie da anni viene addobbato un albero di natale  - ormai dimenticato simbolo dei celti - ma anche la maestosità architettonica della Cappella Sistina con il Giudizio Universale, hanno - nella loro bellezza - la necessità di annichilire: sostituire la valutazione estetica con l'enormità anestetica, per favorire il rapimento estatico).

Ma non solo: tolte le evidenti contraddizioni presenti nelle Sacre Scritture (la CEI ha dovuto fare i salti mortali per armonizzare il Vecchio Testamento con il Nuovo - su cui tutto l'impianto del marketing dell'Ecclesia si poggia - spesso con delle giustificazioni che potrebbero sembrare imbarazzanti: ad esempio commentando i continui incesti che costellano la vita dei patriarchi - incesti da cui sarebbe disceso anche Gesù, a ben vedere - nell'edizione della Bibbia approvata dal CEI si legge che "la morale dell'Antico Testamento non era perfetta e delicata come quella evangelica". Ah, ok, allora si ),la Chiesa ha adottato un sistema di comunicazione totale che le permette di dire tutto ed il contrario di tutto: ad esempio affermare, da un lato, che Paradiso ed Inferno sono (a dire di Giovanni Paolo II) solo delle metafore dell'essere "incorporati" o meno in Cristo e dell'essere "rimasti fedeli alla Sua volontà" oppure no. E continuare, dall'altro,  a dire che Paradiso ed Inferno sono luoghi fisici, specie il secondo, in cui - secondo i Gesuiti - si finisce se si pecca di superbia, cioé "affermando sé stessi a scapito di Dio"). Metafora e luogo fisico: due messaggi contrapposti che, ammantati di mistero della Fede, arrivano a tutti, soddisfacendo tutti i gusti: una strategia di comunicazione davvero esemplare che funziona da secoli e che nei secoli s'è affinata.

3. Un piccolo appunto polemico  sui totalitarismi che hanno cercato di annientare la Chiesa.

Nick, stai tranquillo: difficilmente la Chiesa potrà essere spazzata via da nazismi e comunismi vari e non solo, putroppo, per la Fede che pervade i credenti (abituati culturalmente all'esempio di immane resistenza dei martiri). Dico purtroppo perché sovente la Chiesa è andato a braccetto dei potenti, anche quelli meno presentabili: nel secolo scorso non c'è stato un tiranno che è stato scomunicato dalla Chiesa: così abbiamo avuto un Pinochet con il suo bel funerale cattolico o un Tareq Aziz, cristiano cattolico caldeo, che, processato per la complicità al dittatore Saddam, non ha avuto neanche un richiamo dalla Chiesa cattolica per la vicinanza al tiranno iracheno.

E tuttora abbiamo sacerdoti che senza battere ciglio, celebrano messe in suffragio di  mafiosi morti  perché s'interceda con la preghiera al passaggio dal carcere duro del Purgatorio, al Paradiso a piede libero. Tenuto conto che ci sono preti morti per aver lottato le mafie, un minimo di polso fermo ci sarebbe voluto, visto che nessuna misericordia è stata mostrata nei confronti di Piergiorgio Welby. Spero che il tariffario che si applichi alle messe per i mafiosi sia scandalosamente più alto che per le persone perbene, ma ci credo poco.

Chiuso l'appunto polemico.

4. il punto per cui Luigi è uscito fuori tema: la metafisica della natura umana.

Se per metafisica intendiamo "la parte della filosofia che studia l’essere in quanto essere, ossia i principi primi della realtà universale, al di là della conoscenza sensibile e dell’esperienza diretta dell’uomo", allora la faccenda diventa delicata, perché la Chiesa su questi principi primi, visto che ci ha fondato il suo Marchio, vuole avere l'esclusiva.

E avere l'esclusiva significa mostrare sia l'Unicità del proprio Brand, ma anche la sua manifesta superiorità non solo sulle altre religioni, ma anche su tutte quelle filosofie che proporrebbero visioni alternative, visto che "quando la fede è scarsa, la gente cerca appagamento nell'esoterismo" (parole del cardinale Julian Herranz, vicino all'Opus Dei.

Che fa la chiesa in questi casi? Si muove su due binari: da un lato cerca di dimostrare l'Eccellenza e la Superiorità del suo Marchio, dall'altro prova con lo "spionaggio industriale" a sondare le filosofie pericolose che comunque indagano sull'autotrascendenza della natura umana (nelle versioni "scorrette"), spionaggio che però a volte dà risultati controproducenti.

E' quello che avvenne al gesuita indiano Anthony De Mello che, studiando anche filosofie orientali come il Buddismo ed il Taoismo, arrivò a sviluppare delle riflessioni giudicate perniciose per l'impianto della fede della Chiesa, tanto da meritarsi, il 24 giugno del 1998 (undici anni dopo la sua morte) una bolla d'ammonizione dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (presieduta dall'allora cardinale Joseph Ratzinger), in cui si legge, tra l'altro: "De Mello mostra apprezzamento per Gesù, del quale si dichiara "discepolo". Ma lo considera come un maestro accanto agli altri. L'unica differenza con gli altri uomini è che Gesù era "sveglio" e pienamente libero, mentre gli altri no. Non viene riconosciuto come il Figlio di Dio, ma semplicemente come colui che ci insegna che tutti gli uomini sono figli di Dio".

Quindi si trattava di una via si, metafisica, per l'autotrascendenza della natura umana, ma purtroppo non corretta.

5. Quindi il confronto si pone tra grandi pensatori laici ed un'Ecclesia che basa sull'infallibilità del suo massimo rappresentante (infallibilità sancita da Pio IX nel 1870) buona parte dei precetti che un buon credente deve seguire.

Così si parla, per esempio, di "amore cristiano", mettendo un'etichetta ad un concetto - quello dell'amore - che non solo è universale, ma ha tantissime sfumature sovente anche carnali, che però vengono viste ipso facto come sbagliate se non rientrano in quelle sancite dalla Chiesa.

Attenzione, nessuno dice che non debba esistere una definizione dell'amore cristiano, ma che questo sia l'Amore per Antonomasia ce ne corre: se si ha il libero arbitrio che libero arbitrio è se comunque ci viene dato da un'Entità per quanto Grande e Misericordiosa, secondo, cioè, i confini stabiliti dalla Chiesa?

6. A questo punto tocca parlare anche della differenza che si viene a stabilire tra essere laici e laicisti.

Perché, secondo la Chiesa, esistono dei laici buoni (ad esempio quelli di organizzazioni come l'Opus Dei, - il cui fondatore è stato beatificato a tempi record da Giovanni Paolo II  - o come quelli di Comunione e Liberazione) ed i laici cattivi (o laicisti appunto), giacché il laicismo, come scrive don Gianni Baget Bozzo, "è una definizione della laicità come contrapposizione alla religione", mentre invece "La laicità, come i cattolici la intendono e come è ormai scritta in tutti i testi costituzionali democratici, è l'affermazione di un principio formale di composizione dei conflitti senza definizione del loro contenuto. I cattolici italiani si sono inchinati, con il consenso della gerarchia, alla decisione del Parlamento e del corpo elettorale che introducevano nella legislazione italiana il divorzio e l'aborto."

Verrebbe d'aggiungere, grazi'al cazzo, ma è quel "con il consenso della gerarchia" che dovrebbe farci riflettere.

7. In realtà toccherebbe fare attenzione anche al così detto relativismo debole.

Quello che uno dei pensatori laici che si scontrano col pensatore Ratzinger, cioé Giovanni Jervis critica scrivendo:

"Il relativista è ostile a tutte le posizioni «forti», specie se istituzionalizzate: però sembra non prendere mai in esame la forza, e anche l'aggressività, della propria posizione. Se è vero che predica di lasciar fiorire i cento fiori delle culture e delle opinioni, in pratica ha le sue preferenze, talora persino faziose, e in ogni caso tende a considerare se stesso come un fiore migliore degli altri".

Ed è il rischio di un multiculturalismo che si erge come bene primario da tutelare, magari ponendolo anche al di sopra di diritti inalienabili della persona.

8. Allora il quesito diventa: è possibile stabilire un confronto con un'Istituzione che piuttosto che competere (dal latino: cum "con", petere "andare verso", quindi "incontrarsi") preferisce "surpetere" (neologismo che indica andare al di sopra, quindi bypassando il confronto)?

(ironia del dizionario: la parola Ecclesia indica sia la Chiesa, e la comunità dei fedeli, sia, nell'antica Grecia, l'assemblea generale dei cittadini, che nei regimi democratici aveva prerogative sovrane, quale delle due definizioni è andata smarrita, quando si parla della nostra Azienda?).

Anche perché è aumentato il numero di persone che affermano la verità "assoluta" del loro credo religioso, quindi, allo stato dell'arte, la lotta di Joseph Ratzinger alias papa Benedetto XVI contro il relativismo debole, vede il campione della Chiesa cattolica Apostolica vincente.

Inutile dire che nel discorso pro o contro i Dico allora le ragioni della CEI, così come quelle del Papa, trovino una sponda davvero favorevole all'interno del nostro Parlamento, dove essere cattolici è una condizione "sine qua non" si possa avere un'autotrascendenza della natura umana corretta, con buona pace di tutti i pensatori laici (e non laicisti) che senza il consenso di alcuna gerarchia, cercano un confronto con la più grande Azienda di marketing mai esistita al mondo.

lunedì, 02 aprile 2007
di Nick24

Raccolgo l'invito di Piero a dibattere sui Di.Co, e anzi porterei avanti il suo ragionamento. Il relativismo culturale fa breccia nei cuori e nelle menti dell'Occidente secolarizzato (e soprattutto nel panorama mediocre dei blog...), perchè dunque porsi dei limiti, e soprattutto chi decide il limite, se non l'etica e la morale, da qualcuno per forza stabilite e diffuse nella cultura comune? Si direte voi c'è un limite derivato dal buon senso...ma questo è qualunquismo puro e forse direste ciò perchè il vostro retroterra culturale vi ha trasmesso qualcosa, prospettandovi delle soluzioni morali concrete, volenti o nolenti,senza le cui, le opzioni comportamentali su cui si può indulgere sarebbero infinite e peraltro i limiti morali (limitare i propri comportamenti con un codice morale non equivale a limitare l'uomo e la vita umana, come pensava Nietzsche) non esisterebbero se non venissero "inculcati"  e introdotti da qualcuno. Infatti Piero nel suo post, liquida velocemente il problema dicendo che "c'è poco da argomentare sulle esternazioni di Sua Eccellenza", preferendo così scagliarsi sulla legittimità stessa di Sua Eccellenza e dell'istituzione millenaria a cui appartiene.

Rino Fisichella sul Corriere di ieri, in questo clima di belligeranza laico-integralista, tiene comunque pleonasticamente a precisare che la Chiesa non ha nulla contro i gay, ed è peraltro risaputo che tra le sue fila ve ne sono molti. La posizione della Chiesa è piuttosto facile da comprendere se si ha la volontà di farlo, e quando si invoca la democrazia e poi si vuole veder scomparire un istituzione che rappresenta 1.057.328.093 persone (tre volte la popolazione statunitense), viene spontanea la domanda sul cosa si intenda per democrazia.

La soluzione di "sradicare" il Vaticano è ciò che in un secolo di Nazismo e Comunismo si è quasi riusciti a fare...

Tornando al problema centrale che Piero in questa sede non ha affrontato, cioè perchè non avallare anche forme di incesto, di poligamia, perchè non consentire rapporti sessuali consezienti tra adulti e bambini, come avveniva nell'antica Grecia, visto che il valore 100 visto da mille è poco, anzi è uguale a 10 visto da 1. Se si ragiona così senza rendere conto a quell'autotrascendenza o a qualche altra forma di interpretazione, si può fare ciò che si vuole, si può chiedere al Papa di fare la messa cantando brani dei Metallica, si possono confondere i ruoli, si può perdere l'orientamento, come le tragedie del secolo scorso dimostrano.

Si, certo, si obbietta facilmente che paragonare due persone che si vogliono bene, ad una possibile tragedia in vista, è cosa scorretta. Ok è vero, ma è sbagliato il presupposto. Non si obbietta nulla a tutto ciò, oggi tutti sono liberi di amarsi (dopo le discriminazioni subite nel passato), ma cosa estremamente diversa è voler cambiare l'assetto sociale. Non è una sottigliezza, è un cambiamento epocale, che si può e si deve certamente prendere in considerazione, ma non con la leggerezza avventuristica di Zapatero et simili, e tenendo anche in considerazione la prestigiosa ed autorevole posizione della Chiesa romana e dei suoi vescovi. Si rifletta bene sul cosa e sul come, senza scannarsi dalle rispettive posizioni.

I Di.Co sono un pretesto usato da una parte del centro-sinistra, non per garantire diritti minimi di civiltà, come tentano di spacciarli, ma bensì, per mettere in pratica, via legislativa, un mattoncino di anti-clericalismo simbolico, legittimo, ma cosa ben diversa dal garantire coppie di fatto, a cui importa poco della legge in se. Agli stessi gay importa più che la loro unione famigliare venga ufficialmente riconosciuta uguale e alla stregua delle unioni "naturali" uomo-donna, che non dei diritti in se, già garantiti dal diritto italiano. Voglio dire, è una battaglia puramente politica, non di diritti. E' legittimo affermare che le coppie gay siano uguali alle coppie etero, ma è legittimo affermare il contrario: è quindi una battaglia culturale, filosofica, di visione antropologica,la discriminazione non c'entra niente.

Questa è la vera battaglia in atto: parte dell'Occidente trascinato da un grande pensatore come Joseph Ratzinger e parte dell'Occidente trascinato dai vari Grillini ed altri più importanti pensatori laici. Non altro.

UPDATE:
Massimo Adinolfi su Left Wing, in un articolo sulle coppie di fatto, argomenta bene da una posizione laica,  sottolineando che lo scontro è sulla "metafisica della natura umana".

mercoledì, 21 febbraio 2007
di visko

la manifestazione di Vicenza, svoltasi nel migliore dei modi (ma c'era da dubitarne? in parte si. La profezia che si auto-avvera è uno sport che i catastrofisti praticano con eccellenza, specie se sono ministri dell'Interno - una lunga teoria da Scelba, e via via continuata con Cossiga, sino a Bianco sino al dottor. Sottile Giuliano Amato ), ha segnato la demarcazione tra un fenomeno da non sottovalutare (l'eversione armata) e una società (quella civile), che ha dimostrato una volontà di esserci "a prescindere" dalle minacce e dagli allarmi.

Ma è su queste "nuove" Br che vorrei puntare l'attenzione.

Perché, a primo acchito, mostrano inquietanti similudini con il più famoso gruppo di lotta armata degli anni '70 (il primo nucleo di Brigatisti Rossi - quello fondato da Renato Curcio - nacque nel 1970, e prese piede a Milano, alla Pirelli).

Negli anni '70 si lottava per diminuire di mezz'ora - da otto ore e mezza ad otto - l'orario di lavoro alla Fiat (da sempre, nel nostro paese, l'emblema della fabbrica), all'epoca il sindacato aveva cominciato ad essere presente con le Rsu nelle aziende e sempre allora era la Fiom-Cgil il sindacato più rappresentativo tra le tute blu.

Negli anni '70 i giovani (studenti o disoccupati) rivendicavano un salario minimo (e la classe politica parlava di Austerità, quasi fosse una missione laica, soprattutto per il Pci di Berlinguer).

All'epoca la Chiesa s'era trovata a fronteggiare i referendum sull'aborto, dopo essersi scottata con quello sul divorzio.

All'epoca chi teorizzava e praticava la lotta armata credeva d'avere un appoggio dalla base (eterogenea, come abbiam visto, perché comprendeva sia gli operai - proletari a cui dare una coscienza di classe - che gli studenti, vero motore del dissenso negli anni di piombo).

All'epoca prima che si prendesse dolorosamente coscienza che il terrorismo fosse di matrice comunista (e in quanto tale puntava alla rivoluzione armata per cambiare la società ed ad una più radicale trasformazione del sistema produttivo) tutti pensavano che fosse una montatura dell'estrema destra con l'aiuto dei servizi segreti per sputtanare la Sinistra (specie quella extraparlamentare).

Secondo una logica perversa, l'ideologia dei BR, nonostante le complicanze teoriche, puntava a queste trasformazioni socio-politiche annientando non solo l'ipocrisia politica, ma anche la semplicità del buonsenso e lo fa attraverso la facilità della violenza: che sia il sequestro, la rapina, la gambizzazione, l'omicidio.

Quando nel '75, in quel di Torino, iniziò il processo al nucleo storico delle Br si verificò quello che è, a mio avviso, il corto circuito della teoria e della prassi della Lotta Armata.

Perché, con quel processo, si passa dalla clandestinità e le azioni di guerriglia ad un "confronto" con lo Stato (confronto coatto, visto che, per l'appunto, si tratta d'un processo).

Cos'è che fecero allora i brigatisti rossi?

Si considerarono "dirigenti politici" e sostengono che "la rivoluzione non si processa", ergo: non riconoscendo la legge dello "stato borghese" e non riconoscendone i tribunali non c'era ragione, a loro dire, d'avere avvocati per la difesa, giacché questi sarebbero stati semplicemente l'ennesimo ingranaggio del meccanismo d'un sistema che loro sentivano nemico. Sarà Maurizio Ferrari, il primo brigatista arrestato nel 1974, a leggere la dichiarazione: "Revochiamo il mandato di fiducia ai nostri avvocati, ci professiamo combattenti e come tali ci assumiamo collettivamente e per intero la responsabilità politica di ogni iniziativa passata, presente, futura. Affermando questo viene meno qualunque presupposto legale per questo processo".

 Sin qua uno dice: vabbé, si difenderanno da soli.

(lo disse anche l'avvocato Franzo Stevens che, in occasione della sesta udienza sostenne che, secondo l'art.6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, i detenuti possono difendersi da soli).



Però l'istituto della difesa d'ufficio è un diritto inalienabile, un collegio di difesa si sarebbe comunque istituito, che le Br lo volessero o meno (anche perché negarglielo avrebbe significato, per paradosso, legittimare la loro "estraneità" alle leggi dell Stato).

E qui c'è la cosa più orribile, perché i brigatisti, per rafforzare il rifiuto della difesa d'ufficio, uccidono l'avvocato Fulvio Croce, presidente dell'associazione degli avvocati torinesi. Freddato sulle scale del palazzo dove ha il suo studio, in via Perrone 5.

Cinque colpi esplosi da una Nagant 7.62. Due in testa, tre in petto.

A premere il grilletto è stato Rocco Micaletto. In nome della giustizia proletaria.

Intervistato anni dopo da Giorgio Bocca, quando gli chiese se era proprio necessario uccidere l'avvocato Croce per dissuadere gli avvocati torinesi dal partecipare al processo, Mario Moretti, altro brigatista storico, rispose: "noi non abbiamo ucciso l'avvocato Croce come persona, ma la sua funzione".

E' in questa spiegazione che c'è tutto l'orrore dell'errore.

In che modo giustifichi una morte per una causa? Rendendola necessaria: ad esempio, nel caso della morte di Croce, perché era disfunzionale per il Sistema che vuoi rovesciare.

Passano gli anni e cambiano gli schemi.

Nell'89 cade il Muro di Berlino.

C'è Tangentopoli.

La discesa in campo di Berlusconi.

C'è l'11 settembre 2001.

Si parla di Impero, Globalizzazione, di lotta al Terrore.

Cambia il mercato del lavoro. Arriva l'esercito degli interinali. Ritorna il precariato, regolarizzato dalla riforma dell'art.30.

E c'è la morte di D'Antona e poi quella di Biagi.

Uccisi  sempre dalle neonate Br in nome d'un'ideologia di "politica e lotta" che però è differente dalla politica e lotta di IRA o ETA, per dire: non ci sono territori da separare o riunificare, ma esiste perché vuole rovesciare rivoluzionariamente un Sistema che negli anni è cambiato più velocemente di questa stessa lotta.

Magari sono cambiati anche loro, i Brigatisti, almeno nella tecnologia (in questi giorni s'è scoperto anche un furgone superaccessoriato per gli appostamenti), e negli obiettivi, ma non nel Metodo che fa tutt'uno con la Teoria.

Perché è un metodo che dà sicurezza, nei suoi meccanismi di consorteria: la doppia-tripla vita, gli stratagemmi (inutili) per non farsi scoprire, i piani discussi a tavolino, gli allenamenti con le armi, il proselitismo. Tutto un armamentario immutato nei decenni, se non negli adeguamenti tecnologici (anche le armi sequestrate sono le stesse).

E' questa coerenza che, per quanto anacronistica, rende letali le nuove Brigate Rosse.

Fa niente se sono quattro gatti. Se i loro bersagli non sono più i caporeparti o i manager della grande industria, ma gli uffici di Sky di Murdoch o la Halliburton di Cheney. O i soliti giuslavoristi, come Inchino. O l'anticristo della seconda repubblica, Silvio Berlusconi. Fa niente se sembrano pagliacci. L'ho scritto e lo ripeto: "le pistole in mano ai pagliacci, sempre pistole restano. Un proiettile, quando parte e uccide, se ne fotte se chi lo spara, ha su un naso rosso. Rosso brigatista".

sabato, 10 febbraio 2007
di visko

Finalmente è nato un disegno di legge - la Bindi-Pollastrini - per regolare le unioni di fatto.

Ora dovrà andare in Parlamento, dove e' probabile che ci siano delle modifiche all'impianto della legge (bella sta cosa dell'impianto della legge. Un po' come gli impianti a gas sulle macchine. le metti in un garage e c'è il rischio che esploda. Basta una scintilla). Sicuramente ci saranno polemiche (ecco le scintille).

Ne han parlato, trai tanti, anche a Radio anch'io, Giovanardi dell'Udc versus Boselli dello Sdi.

Due anime decisamente contrapposte, la prima ultra-ortodossa, la seconda iper-laica.

I toni, come era ovvio aspettarsi, erano accesi.

Giovanardi ad asempio, critica le riflessioni di due ascoltatori - perché ad opporsi ai pacs devono essere parlamentari che sono divorziati o conviventi? -e le bolla come ragionamenti idioti. "Sono stufo di chi tira in mezzo la situazione personale di parlamentari che, pur se divorziati  - che comunque, anche se divorziata, resta una famiglia - o anche conviventi, non pretendono per loro nessun trattamento di favore!". Legittimo da parte loro, anzi, direi lodevole visti anche i privilegi che già hanno i parlamentari, in termini assicurativi (trattamenti agevolati per aprire polizze a favore del convivente). Il punto è che questi lodevoli parlamentari inneggiano alla famiglia tradizionale, che verrebbe scardinata dai DiCo. E questo controsenso è solamente ipocrita.

(ovviamente si potrebbe ribattere: "che c'entra, se sono stati sfortunati nello loro storia d'amore non e' che agli altri auspichino la loro sfortuna").

Boselli fa notare un paradosso notevole, specie nella nostra democrazia: spesso e volentieri, in mancanza di leggi ad hoc, si finisce per affidare le sorti di ogni caso critico alle sentenze dei giudici (il caso Welby è emblematico), con conseguente aggravio del lavoro dei magistrati.

Ovviamente l'ingerenza della Chiesa entra nel contradditorio, tanto da far sbottare Giovanardi con un: "Basta aggredire il mondo cattolico! L'ex presidente del Senato Marcello Pera, che è un laico, un ateo, un seguace di Popper è contro i Pacs!" (varrebbe la pena che Giovanardi leggesse Siamo alla frutta: Ritratto di Marcello Pera, (ed.kaos): saggio sulla svolta laico-clericale del prof. Pera, che ne fa un ritratto al confine tra incoerenza e schizofrenia. A volte succede, se sniffi troppi popper).

La Cei, dopo un ritiro per studiare a freddo il ddl, ieri pomeriggio ha sentenziato che «Si parla di «Dico» ma si pensa a «Pacs», e soprattutto si prefigura una escalation legislativa in questo senso», ergo: "non possumus". Bocciata tutta la linea. (ma va)?

A dire il vero questi DiCo fan storcere il naso sia agli integralisti cattolici che alla comunita' omosessuale (no, dico rendiamoci conto: si parla di "comunita' omosessuale"...).

Ma cosa dice di preciso il ddl?

Allora, ecco l'articolo uno:

"Due persone maggiorenni e capaci, anche dello stesso sesso, unite da reciproci  vincoli affettivi, che convivono stabilmente e si prestano assistenza e solidarietà materiale e morale, non legate da vincoli di matrimonio, parentela in linea retta entro il secondo grado, affinità in linea retta entro il secondo grado, adozione, affiliazione, tutela, curatela o amministrazione di sostegno, sono titolari dei diritti, dei doveri e delle facoltà stabiliti dalla presente legge".

Per cui, volendo, anche zia e nipote potrebbero farne richiesta (specie se la zia fosse Edwige Fenech e il nipote Alvaro Vitali).

Ovvio che non si possano dichiarare conviventi tutti: ad esempio, se c'e' un rapporto lavorativo "badante-assistito" (magari con la Edwige Fenech e Gigi Ballista) e se una delle due persone sia stata condannata per omicidio consumato o tentato sul coniuge dell’altra o sulla persona con la quale l’altra conviveva ai sensi di legge. (dai, pero' come prova d'amore e' mica male).

Comunque quello che viene sottolineato e' il fatto che si tratti di persone e non di coppie.

Ma come si fa a fare un Dico? (questa domanda e' fondamentale perche' e' con un avverbio che la lunga trattativa sul ddl s'e' sbloccata facendo dichiarare alle due ministre la loro soddisfazione, quando hanno annunciato la via italiana ad una regolamentazione delle coppie di fatto):

La convivenza si dichiara dinanzi all'ufficiale dell'anagrafe "contestualmente": la Pollastrini aveva proposto "congiuntamente", la Bindi "disgiuntamente". Ora se si va a cercarlo on line, solo il De Mauro Paravia da' un lemma, ma non ci aiuta molto: il senso, alla fine sarebbe: andiamo insieme al comune, pero', volendo, possiamo entrare uno alla volta dall'ufficiale dell'anagrafe, senza tenerci per mano. Tant'e' che - e questo e' l'aspetto ridicolo della dichiarazione -:

"qualora la dichiarazione all’ufficio di anagrafe (...) non sia resa contestualmente da entrambi i conviventi, il convivente che l’ha resa ha l’onere di darne comunicazione mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento all’altro convivente; la mancata comunicazione preclude la possibilità di utilizzare le risultanze anagrafiche a fini probatori ai sensi della presente legge".

Questo comma ha fatto incazzare l'on Luxuria che ha detto: "Hanno fatto sparire la dichiarazione congiunta . Si tratta di un compromesso al ribasso per noi inaccettabile". (No, si tratta semplicemente della via italiana alle unioni di fatto).

Altre cose fanno tuonare i critici dei Dico, ma possiamo riassumerle cosi': i conviventi hanno gli stessi diritti, ma non gli stessi doveri d'una coppia sposata, anzi, in molti casi, le coppie di fatto vanno a ledere dei diritti delle coppie unite in matrimonio. (Giovanardi, sempre a radio anch'io: ne fa un esempio efficace: "questi qui nei trasferimenti di lavoro, dell'assegnazione delle case popolari si fanno avanti e tolgono posti nelle graduatorie alle famiglie legittime").

Per non tediarvi ulteriormente (e anche perche' all'inizio del post il ddl e' linkato) elenco rapidamente tre diritti (i doveri sono il rovescio dei diritti, visto che tra i conviventi - cosi' come tra gli sposati - c'e' un rapporto di reciprocita'):

Ora se avete voglia e tempo, qui potrete leggere i diritti ed i doveri delle coppie sposate.


Bene, se avete visto in linea di massima i diritti (e doveri) tra Dico e matrimonio non e' che siano cosi' differenti, al che' (come molti giustamente hanno notato): che bisogno c'era di questa legge?

Diciamolo allora chiaramente, molti di quelli che osteggiano questa legge lo fanno per non riconoscere le unioni omosessuali. Altrimenti, si comincia cosi' e si finisce alla Zapatero, "con questi froci che possono anche adottare i figli".

Allora premesso che la procreazione e' un atto naturale e in quanto tale non tutti possono praticarlo (al massimo il progresso ha dato una mano a chi ha difficolta' [aiuto per niente ben accetto dalla Chiesa] e premesso  che il nostro paese non e' pronto ad accettare che ci siano figli adottati da coppie omosessuali (specie se formate da due uomini, ma a conti fatti si sente meno il desiderio di "maternita' "se sei gay, ma non effeminato, quindi l'adozione sarebbe solo una questione di principio), questo spauracchio di scardinare la famiglia tradizionale (che come ha postato Daniele, si scardina benissimo da sola) ha un retaggio omofobo tipico della Chiesa cattolica (e di questo Papa in particolare), retaggio che e'  difficilissimo da scardinare. Tracce se ne possono ritrovare in questo articolo sul Giornale di cui vi riporto un passaggio:

"Nel luglio 2003 la Congregazione per la dottrina della fede, guidata dall’allora cardinale Ratzinger, aveva pubblicato una nota dottrinale, approvata da Giovanni Paolo II, nella quale si esprimeva la contrarietà per il riconoscimento delle unioni omosessuali: «Se tutti i fedeli sono tenuti ad opporsi al riconoscimento legale delle unioni omosessuali – si legge in quel testo – i politici cattolici lo sono in particolare, nella linea della responsabilità che è loro propria. In presenza di progetti di legge favorevoli alle unioni omosessuali, sono da tener presenti le seguenti indicazioni etiche». «Nel caso in cui si proponga per la prima volta all’assemblea legislativa un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali – continuava la nota dottrinale – il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge. Concedere il suffragio del proprio voto ad un testo legislativo così nocivo per il bene comune della società è un atto gravemente immorale»".

Ma emblematico e' l'intervento del cardinale Tonini a Baobab: l'albero delle notizie, ieri pomeriggio sempre su radio1, che, in un contraddittorio con la Pollastrini, ricorda che Kant riteneva aberranti le relazioni omosessuali ("capite? Persino Kant!").

Eminenza, con tutto il rispetto, ma sara' capitato anche a Kant di dire 'na stronzata ogni tanto.

Comunque, visto che e' una cosa all'italiana (e qui la Chiesa puo' contare sui teo-con/dem che in Spagna sono meno evidenti. O magari piu' corretti, quien sabe), il dibattito parlamentare, come si diceva all'inizio,  avra' il suo bel proliferare di polemiche e colpi bassi, la legge verra' cambiata (non so se in meglio o in peggio, non solo perche' sono due termini relativi, ma perche' lo sara' per via dei ricatti che arriveranno da maggioranza ed opposizione), e quasi certamente verra' indetto un referendum.

Allora si che sapremo se davvero in Italia siamo pronti a vedere due omosessuali uniti tanto per Dico oppure la famiglia tradizionale continuera' a farla da padrona (con buona pace dei fans della Fenech, Vitali e la buonanima di Gigi Ballista).

sabato, 03 febbraio 2007
di DanieleLombardi

Ho fatto un bel giro sulla rete. Lo faccio sempre quando nel nostro paese accade qualcosa di eccezionalmente grave, che muove le coscienze di tutti (o almeno così sembra). E a parte casi di estrema imbecillità, mi sono accorto di una cosa. Che anche nei giudizi su una guerriglia urbana, il nostro martoriato Paese è ancora vittima di un giuspositivismo di maniera che tende a far ricadere le responsabilità sulla società, a deresponsabilizzare l’individuo. Violenza negli stadi come conseguenza del disagio sociale, della precarietà della vita.Non sono affatto d’accordo. Non ci può essere niente di romanticamente proletario in questa vicenda. La stragrande maggioranza dei precari, di chi non arriva a fine mese, di chi ha situazioni familiari al limite della sopravvivenza, non sente affatto il bisogno di aggregarsi in gruppi organizzati di tifosi per sfogare la rabbia della propria condizione. Inoltre, la condizione sociale svantaggiata è comune sia agli uomini che alle donne (anzi, la donna, notoriamente più pragmatica e realista, la vive molto peggio). Ed invece, il fenomeno della violenza negli stadi è fenomeno tutto al maschile.
L’unica spiegazione che mi viene in mente è la mediocrità del maschio. Un maschio debole, superficiale, violento, zotico, del tutto incapace di relazionarsi con gli altri e di prendersi una benché minima responsabilità nella vita. Un maschio che vive in solitudine la propria mediocrità, e che vede come unica risorsa per avere una migliore opinione di sé l’aggregarsi con altri mediocri come lui. E così, da mediocre, il maschio nel branco diventa Bestia. L’Ultrà non è un tifoso che guarda una partita per passione sportiva. L’Ultrà si identifica totalmente con la squadra del cuore, ne fa un’ossessione di vita. Faccio lì quello che non posso fare a casa, perché sono un mediocre. E, visto che ci sono, mi organizzo. Pianifico strategie di battaglia. Studio percorsi, postazioni, metodi per imboscare armi improprie, come in un gioco di ruolo di improvvisati militari. Il Gruppo è temuto ed io lì mi sento qualcuno, laddove come singolo individuo sono un fallimento. E, forte del Gruppo, mi sento in diritto di fermare partite, di mettere alla gogna giocatori, di ricattare le società sportive, quasi fossi l’onnipotente depositario dei destini sportivi di una città. Alle volte questo mediocrità al potere si tinge con dei colori politici per fingere un falso impegno sociale, per dare un alibi ideologico alle proprie follie: è solo lo stesso fanatismo.
E allora io dico: lasciamo scannare fra di loro. Nessuna legge, nessun intervento dello Stato in materia. Che le forze dell'ordine si ritirino e lascino scorrere la lotta fra bestie. Fare come nell'antica Roma: ma facciamoje fa' i gladiatori a 'sti 4 babbi di minchia. Chiudeteli nella loro arena e aspettate. Quando la riaprite, troverete carne trita fresca per il mio canile. Lasciamoli al loro destino di mediocri in lotta fra di loro . Il darwinismo farà il resto.
Scusate il nichilismo. Ma sono davvero arrabbiato.

mercoledì, 31 gennaio 2007
di visko

La lettera di Veronica Lario in Berlusconi pubblicata su Repubblica lascia spazio ad alcune considerazioni che vanno da una situazione particolare (quella dei pacs) ad una più generale (che è la nascita di questa politica ibrida, una meta-politica, dove la famiglia interviene direttamente nel panorama politico, assumendo perciò un ruolo attivo e non solo passivo).

Partiamo dalle considerazioni particolari.

Da due giorni a questa parte c'è stata un'ulteriore girandola di polemiche relative alla vicenda dei Pacs, innescate, da un lato, dalla dichiarazione del ministro Mastella che, sulle unioni di fatto, poneva una questione di principio su cui far anche cadere il governo (pericolo rientrato: chiedendo il parere di diversi esperti, il ministro di Ceppaloni s'è convinto che, in caso di abbandono del dicastero, non può uscire dagli uffici con la poltrona avvitata alle chiappe senza incastrarsi nei corridoi. La tal cosa l'ha fatto desistere), dall'altro le aperture da parte del presidente Napolitano (che ha detto di tener conto del parere dei cattolici, per andare alla ricerca d'una sintesi. Ora Eminenze Eccellentissime hanno detto che è bello ciò che ha dichiarato Napolitano, ma che sintesi non significa compromesso o cedimento. Semplicemente una legge sui Pacs non si deve fare "altrimenti reagiremo nelle maniere più opportune". Ohibò e che vorra mai dire? mmm... prevedo pioggie di rane sulle case di lesbiche, gay e coppie di fatto. I primogeniti moriranno solo laddove la fecondazione assistita lo consente) e, fondamentale per il nostro caso, l'apertura di esponenti del centro-destra, uno su tutti l'on.Pecorella di Forza Italia che, in un'intervista sul Corriere di ieri s'era detto "possibilista" (sic!) in merito ad una legge sui Pacs.

Al che vien fuori la notizia che il presidente della CEI, cardinale Ruini, abbia chiamato Silvio per bloccare il progetto della sinistra. Da qui la presa di posizione esternata ieri dallo stesso Silvio che, come ben sappiamo, appena ha un'occasione di dar addosso ai "comunisti" la sfrutta, e che, in sostanza, ritiene che ciò che propone questa sinistra è "anti-cristiano" tout court. Come termine "anti-cristiano" è un po' forte, sarebbe stato meglio "anti-cattolico", ma Ruini ha incassato il sostegno anche perché, a suo dire, la Chiesa non si abbassa a trattare col mondo politico, ma a mantenere un dialogo costante (e, se ce ne fosse bisogno, a far scatenare milioni di locuste. E a far piovere rane, ovvio).

Subito i dissidenti del Polo rinserrano i ranghi (Pecorella fa una mezza marcia indietro dicendo che se questo voto servisse a sostenere il governo, allora è giusto non darlo. Cosa non si fa per coerenza, eh?).

Normali dinamiche parlamentari? Si. Ma qui interviene la meta-politica con la lettera di Veronica Lario, che è una lettera dirompente sia per forma che i contenuti.

Per forma perché l'ha pubblicata sul giornale principalmente avverso al consorte (una sorta di sgarbo che ha di per sé una forte valenza politica), sia per quel sentirsi la "metà di niente", come il personaggio del romanzo di  Catherine Dunne,(anche se, ad essere sinceri, la protagonista del romanzo è lasciata sola nell'indigenza)  indicando quindi una via che è completa antitesi di quel che sostengono i difensori della famiglia come baluardo costituzionalmente legittimato, proprio perché smerda quella congerie di "chi-predica-bene-e-razzola-male"  distribuiti in maniera bi-partisan che si oppongono a qualsiasi cosa riguardi i Pacs (a cominciare dal retro-marcista Pecorella che non solo è separato, ma è stato anche più volte convivente).





Quindi, sollecitato dal "continuo dialogo" con la Chiesa, ieri Silvio dichiara che la legge sui pacs che L'Unione vorrebbe discutere è "anti-cristiana", oggi Donna Veronica scrive:

"per esprimere la mia reazione alle affermazioni svolte da mio marito nel corso della cena di gala che ha seguito la consegna dei Telegatti, dove, rivolgendosi ad alcune delle signore presenti, si è lasciato andare a considerazioni per me inaccettabili: " ... se non fossi già sposato la sposerei subito" "con te andrei ovunque".  Sono affermazioni che interpreto come lesive della mia dignità, affermazioni che per l´età, il ruolo politico e sociale, il contesto familiare (due figli da un primo matrimonio e tre figli dal secondo) della persona da cui provengono, non possono essere ridotte a scherzose esternazioni".

E ora arriviamo alla seconda questione, quella più "generale".

Togliamo di mezzo l'indignazione di chi sostiene che i panni sporchi van lavati in casa: sono anni che Silvio i suoi li lava in pubblico (chi non ricorda la sua allusione ad una relazione adulterina tra Donna veronica e il sindaco Cacciari?) facendo scuola di questa meta-politica (non mi va di chiamarla "anti-" semplicemente perché ha portato agli estremi l'aspetto "umano" che ogni tanto trapelava in molte, all'apparenza impermeabili, figure politiche) dove il proprio gallismo veniva sempre esibito (e probabilmente anche esercitato) in barba alle prostate felicemente curate e agli acciacchi dell'età in genere (e qui si incrocia con la "bio-politica" di cui Silvio ritorna ad essere protagonista ed emblema).

Chi dice "Silvio s'è covato una serpe in seno" o che, sotto sotto, "Donna Veronica è una comunista", sbaglia e anche di molto (errore indotto dall'essere accecati dalla figura del padre-padrone di Forza Italia: le due critiche a Donna Veronica sono quelle preferite dal "partito trasversale [nel centro-destra] dei berluscones", quello del "Non toccateci Silvio: Dio ce l'ha dato, nessuno ce lo toglie").

Donna Veronica ha voluto colpire si, il Silvio venditor di fumo, pronto ad assecondar tutti per non scontentar nessuno, ma anche il "Silvio compagno-padre assente", a cui ha chiesto privatamente di scusarsi e, evidentemente inascoltata, allora ha portato la faccenda sullo stesso piano del Grande Comunicatore: in quella landa dove ci sono portavoce-cicisbei che s'arrampicano sugli specchi per spiegare che "i media ce l'hanno con lui, che ciò che ha detto è stato frainteso (o, peggio) manipolato".

Ma soprattutto Donna Veronica ha parlato in quanto madre:

"Questa linea di condotta incontra un unico limite, la mia dignità di donna che deve costituire anche un esempio per i propri figli, diverso in ragione della loro età e del loro sesso. Oggi nei confronti delle mie figlie femmine, ormai adulte, l´esempio di donna capace di tutelare la propria dignità nei rapporti con gli uomini assume un´importanza particolarmente pregnante, almeno tanto quanto l´esempio di madre capace di amore materno che mi dicono rappresento per loro; la difesa della mia dignità di donna ritengo possa aiutare mio figlio maschio a non dimenticare mai di porre tra i suoi valori fondamentali il rispetto per le donne, così che egli possa instaurare con loro rapporti sempre sani ed equilibrati".

Attenzione perché qui il discorso diventa più ampio, visto che il rapporto madre-figli è molto più profondo di qualsiasi appartenenza politica, di qualsiasi rivendicazione di diritti di coppie fatte e sfatte, di qualsiasi lavanderia casalinga di panni sporchi.

Il diritto rivendicato con nobile, quasi struggente, dignità (quasi un'altera, elegante, spietatezza esibita come extrema ratio) d'una madre che, per quanto ricca ed agiata (anzi, forse proprio per questo) vuole inculcare dei valori che prescindono dai dettami d'un dogma, ma semplicemente, vertono sul rispetto degli uni verso gli altri.

Laddove c'è ingerenza della politica (e della Chiesa) nella vita familiare degli italiani, interviene la famiglia a dire la sua nella politica (di riflesso, ma anche direttamente):

Silvio ha già risposto alla sua amata moglie, ma immagino il clima in cui questa missiva sia stata eleborata...