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So che il genere telefilm americano non è il piu' appetibile al pubblico di questo blog, tuttavia dovete sapere che Marco impazzisce letteralmente di fronte alle gesta di casalinghe, naufraghi, medici e altre categorie sociali non specificate.
Dopo cinque anni (finalmente, aggiungo) lo scorso 20 marzo è uscito Manituana (ed. Einaudi - Stile Libero, 17.50 euro), il nuovo romanzo di Wu Ming, il nome collettivo (anzi, il non-nome collettivo, visto che, in mandarino, Wu Ming questo significa "senza nome", quasi nell'osservanza di ciò che Stephen King scrisse tempo fa in un racconto presente in Stand by me: "E' la storia, non colui che la racconta") dietro cui cinque autori da diversi anni (cioé dal 1999, quando uscì Q, a firma Luther Blisset, altro "mitico" nome collettivo di cui Wu MIng è una delle dirette evoluzioni) scrivono storie, rileggendo la storia.
Questo romanzo narra di ciò che accadde dal 1775 al 1779 in quelli che sarebbero diventati gli Stati Uniti d'America: cinque anni in cui avviene il crollo della Lunga Casa, il nome che gli indiani danno alla Confederazione Irochese (fondata nel 1142 da cinque tribù - Mohawk, Oneida, Cayuga, Onondaga e Seneca). Quasi seicento anni dopo le Cinque Nazioni diverranno Sei, con l'ingresso nella lega dei Tuscarora nel 1713), diedero a quel territorio che sarebbe l'odierna Pennsylvania.
Una casa che potrebbe sembrare un condominio multi-etnico o una gigantesca Piazza Vittorio: infatti, oltre le sei tribù unite dalla lingua mohawk, c'erano coloni sudditi del britannico Re Giorgio III, in gran parte irlandesi e scozzesi - ovviamente questi arrivarono dopo - nel territorio della Lunga Casa, ma l'integrazione, non perfetta, ma neanche ostile, avvenne. Gli Irochesi presero - chi più, chi meno - quanto di buono c'era della cultura occidentale (filosofia, scienza, ma anche la lingua e la religione: vennero chiamati "gli ateniesi d'America"), fondendo tutto con le loro tradizioni, la loro cultura, ma ne presero anche i malanni (il vaiolo ed il rhum, giusto per citare due esempi emblematici), mantenendo forte però la loro identità di alleati: una cosa che avvenne molti anni prima gli eventi narrati (spiegato negli antefatti del libro e narrati anche in racconti nati parallelamente, di cui parleremo quando si affronterà la scrittura postmoderna del libro).![]()
Quando i coloni si ribellano per le tasse con cui vengon vessati dal Regno Unito (ribellione che ha il suo emblema nel Boston Tea Party del 1773 dove - ironia o provocazione - i coloni ribelli rovesciano in mare il carico di tè delle Compagnie delle Indie Orientali, travestendosi da indiani Mohawk), la Lunga Casa deve scegliere con chi schierarsi: e qui le storie dei personaggi diventano la Storia che conosciamo: i Mohawk - tribù che ha più legami con i britannici, visto che Joseph Brant Thayendanega - inteprete indiano, traduttore del vangelo in irochese, uno dei protagonisti - è cognato di William Johnson, l'irlandese che più s'era battuto per questa convivenza - sono dalla parte del Re.
Tanto da partire per la Gran Bretagna - Joseph Brent con il nipote Peter, figlio di William Johnson e di Molly, sorella di Brant, il guerriero Philip Lacroix Ronaterihonte, detto Le Grand Diable, tanto spietato in battaglia quanto fine conoscitore di Voltaire e Shakespeare - per avere il pieno sostegno del Re nonché la promessa di riconoscimenti, nella lotta che s'appresteranno a compiere contro i coloni ribelli.
E' questa parentesi "trionfale" in Gran Bretagna la parte più divertente del libro, ma anche la più inquietante: l'incontro con il Re che legittima l'erede di Johnson (tale Guy Johnson, personaggio ambiguo, invidioso dei successi del predecessore, incapace di decidere se non per la sua carriera) come responsabile del rapporto con gli Irochesi, ma anche la promessa appunto che gli Indiani verranno premiati per il loro schierarsi accanto al Regno Unito avviene in un clima ben descritto dai Wu Ming: l'aria malsana della capitale dell'Impero con le strade popolate da reietti e la dissoluzione (morale, ma anche economica) dell'aristocrazia inglese sotto il peso del fasto, della noia e dell'amoralità da un lato (una decadenza ben rappresentata in una festa organizzata dall'amaramente ironico Lord Warwick, dove gli ospiti indiani sono visti come attrazione esotica), e, dall'altra parte, dalle preoccupazioni dei Poteri
Forti (economici) dell'epoca che vedono nell'ostinazione del Re a non perdere le colonie d'oltreoceano un capriccio che va contro l'unica legge che davvero conta: quella del mercato (verrà citata, durante una delle conversazioni di questi Poteri Forti anche Adam Smith, il padre putativo del capitalismo che proprio nel 1776 pubblicò La Ricchezza delle Nazioni, testo fondamentale per la rivoluzione dell'economia occidentale).
Tutto precipiterà col ritorno in patria della delegazione indiana, in un crescendo di violenza che non ha nessun altro scopo se non la vendetta. Su tutto questo aleggia come unica speranza l'immagine di Manituana, patria leggendaria nata dalle mille isole cadute dal cielo.
Ecco: leggendo (anche) leggende e scrivendo, una scrittura postmoderna (abusatissimo termine intorno a cui si tiene un dibattito che par'anch'esso postmoderno) che racconta uno dei tanti finali possibili - non della Storia come la conosciamo, ma delle storie che nella Storia si infilano - una scrittura che dà sangue, linfa, nervi, ossa, pulsioni, pensieri, sentimenti, insomma dà la vita a ciò che gli storici e gli studiosi fissano in una cronologia magari fedele (almeno fedele all'assioma "la storia la scrivono i vincitori", che non sempre è veritiero), ma sovente asettica: e questo può diventare pericoloso, visto che a volte si confonde un linguaggio ufficiale, o la parola dell' "expertise" sic et sempliciter con la verità dei fatti.
Avviene così che più passa il tempo, più si ha la possibilità di cercare nuove tracce, formulare nuove ipotesi, introdurre nuove teorie.
E qui che la "Storia-scritta-dai-vincitori" perde la sua efficacia: se spuntano teorie revisioniste (comprese quelle negazioniste) allora significa che la Storia viene ri-scritta a seconda delle convenienze di parte e che la versione che alla fine la vince è quella che ha dietro le spalle non solo (o non più) le ragioni più plausibili, ma anche - e soprattutto - la maggiore forza per sostenerle (per cui si potrebbe correggere l'aforisma dicendo che la Storia la scrivono quelli che più si impegnano a sostenerne la propria versione, con tutti i mezzi, a volte cruenti).
In Manituana non c'è alcun intento revisionista: la forza sovversiva del romanzo sta nell'ineluttabilità di quel che avviene: raccontare come declina rovinosamente l'Atene d'America, dove i valorosi e i puri sono travolti non solo dall'errore delle loro scelte (appoggiare Re Giorgio III quando la Storia va da tutt'altra parte), ma dalle proprie debolezze che siano la furia della vendetta, che sia la cupidigia, l'ipocrisia, la vigliaccheria, l'opportunismo: insomma i difetti umani che sottendono le sconfitte.
Sconfitte ancora più evidenti quando si leggono le scelte degli Eroi che diventano ancor più tragici perché presagiscono la disfatta, ma continuano ad andare avanti, evidenziando ancora una volta che Triste è la Terra che ha bisogno di loro.
ondo londinese, lo si fa con uno slang che recupera termini della strada di quel periodo e di quella città, ma è anche un omaggio allo slang dei drughi de l'Arancia ad orologeria di Anthony Burgess.
Sono stato lontano ultimamente. Ho fatto quel che si fa quando si va lontano. Raccogliere idee, soffermarsi sul particolare “altro”, sentire profumi diversi, ascoltare voci. E, paradossalmente, mi è capitato di sentire una voce diversa, mai ascoltata prima d’ora ma straordinariamente vicina a me, alla mia terra. La voce di Giuse Alemanno, autore di un romanzo (il suo primo), ambientato in un luogo non meglio identificato ma appartenente al sud, alla Puglia, alla terra “nera” come suggerisce il titolo stesso del libro (pubblicato da Stampa Alternativa, 144 pag., 7 euro).
E già “terra nera” m’è sembrato un uscir fuori dalle righe, come un non volersi accontentare di vederla rossa, così come garantirebbe la vasta letteratura “meridionaleggiante” degli ultimi tempi e anche di più. Poi ho capito che per Alemanno il colore della terra è nero perché nero è il dolore, la fatica, la sofferenza, il cinismo, l’umore, la mancanza di ogni forma d’indulgenza che questa terra rende all’uomo come contropartita di esistenze nere, dure, ciniche, umorali, balorde, impietose. Così come i protagonisti del libro, scaraventati in una realtà ai margini del neorealismo, dai forti connotati verghiani, che a chiudere gli occhi sembrano passeggiare dentro una pellicola di Pedro Almodòvar, solo un tantino più cinica.
I protagonisti sono i cafoni, gente che esiste ma è pura casualità. Nella premessa, Nino, il protagonista maschile dice “Quella gente non esiste. Non sono nessuno. Quando crepano la morte cancella la loro esistenza come una macchina lavastrade che spazzi i detriti dalla via”.
E poi c’è l’anarchia pur non essendo, questo, un trattato anarchico, pur non essendoci traccia di velleità pedagogiche sul come fare a vivere bene in un mondo senza Stato. E anche in questo l’autore non cede a facili retoriche pseudo-rivoluzionarie. C’è l’anarchia come pretesto per raccontare la sudditanza del sottoproletariato agrario, degli analfabeti disperati e dignitosi, di quelli che non hanno neanche i soldi per comprarsi la bara, al giogo del padrone, cafone che s’è fatto ricco. C’è l’anarchia per omaggiare un anarchico, il cantore dei poveri, degli esclusi, dei reietti. C’è l’anarchia che ricorda De Andrè (alcuni estratti di suoi brani, qua e là compaiono nel testo e mai stonano).
Il linguaggio sembra aprire una finestra indietro nel tempo. Offre sfumature rupestri, regala a piene mani i gesti antichi, gli sputi nella polvere, i “matriconi” per liberare una giovane donna da improbabili, oscuri malefici, le “cose di compromettenza” ad indicare i discorsi deliranti di sbruffoni e ciarlatani. Ora imbratta di rosso sangue perché “i coltelli san tagliare”, ora di blu a raccontare esistenze a cielo aperto dentro masserie fuori paese.
Anche la figura della donna, qui, è relegata al suo ruolo primordiale. Un ruolo di perenne tensione erotica. Di confronto impari con l’uomo anche se Annina, la protagonista femminile, riuscirà a dipanarsi con piglio patriarcale, a capo di una famiglia fatta di uomini.
Non c’è spazio per l’indulgenza verso esistenze salvifiche o verso atti che redimano una vita. Nino è pervaso da una volontà di potenza e per assecondarla passerà sopra ogni cosa, sopra tutto e tutti. Smetterà di essere un cafone, un poveraccio ma a quale prezzo?
Ho letto Terra nera mentre ero lontano. E lì ho lasciato questo libro. Come pretesto utile a voler ritornare. Come concime a dar linfa alla terra. Perché i libri son fatti per andare lontano. E, nel migliore dei casi, per dar linfa alla terra, rossa o nera che sia.
La vaccata in salsa "sagra del liscio italico" quest'anno rappresenta davvero il peggio della musica italiana.
E, a parte le mummie varie di chi pensavamo morto e sepolto per poi resuscitare in questo Festival (a partire da Pippo Baudo), le uniche note positive sono segnalate dall'ottimo Cristicchi e dal sempre ironico Silvestri (quest'ultimo, nessuno lo ha capito, si è presentato con una canzone sulla latitanza di Provenzano).
Il resto è già fatto e sentito. Anzi, direi plagiato. Avete in mente i versi della squallida canzonetta di Dj Francesco e suo pooh-padre Facchinetti?
"Come i padri e i figli / con i propri sbagli / La storia siamo noi, tutti noi".Mi sembra di averla già sentita...
"La storia siamo noi, siamo noi padri e figli / siamo noi, bella ciao, che partiamo."Come volevasi dimostrare.
Oggi si sa, si fanno le classififiche di tutto. E non poteva mancare la hit parade della menzogna letteraria. Non nel senso di libri scritti da bugiardi. Al contrario: quei libri non letti da persone che però in pubblico si pavoneggiano di averlo fatto. Tutti noi almeno una volta nella vita abbiamo parlato con gli amici/amiche di un libro che sembrava letto da tutti. E, messi alle strette, anche noi abbiamo detto: "l'ho letto!", quando in realtà sapevamo a malapena di cosa parlasse.
Questa classifica esiste. L’ha stilata il (come di consueto) l'autorevole Museums, Libraries and Archive Council (Mla) britannico. L’agenzia ha svolto un sondaggio da cui emerge che un terzo degli adulti, per far bella figura con parenti, conoscenti e amici, afferma, mentendo, di conoscere bene opere di cui aveva solo sentito parlare. E si scopre perfino che fra i più giovani, nella fascia d’età fra i 19 e i 21 anni, si arriva a un bugiardo su due persone. Ecco la classifica:
1. Il signore degli anelli - Tolkien
2. Guerra e pace - Tolstoj
3. Men are from Mars, women are from Venus - Gray
4. Cime tempestose -E. Brontë
5. 1984 - Orwell
6. Harry Potter e la pietra filosofale - Rowling
7. Grandi speranze - Dickens
8. Jane Eyre - C. Brontë
9. Il codice da Vinci - Brown
10. Il diario di Anna Frank - Frank
Alzi la mano chi li ha letti tutti e dieci.
Aria di sovversione si respira in quest'Italia con una sinistra "di lotta e di governo" che vota la finanziaria dei fischi e scende in piazza per protestare accanto a quelli che (sacrosantamente) non vogliono l'allargamento di basi militari USA. Probabilmente perche' a tutto c'e' un limite (?).
Cosi' ieri, quando il buon On. Caruso fa rinvenire due molotov nel luogo dove di solito si vedono girare tossici ("Stamane ne ho trovate due nel cortile della Camera. Mi sa che sono proprio quelle degli uffici reperti del tribunale di Genova... Forse bisognerebbe andare a chiedere agli esponenti di An..."), mi son ritrovato in quel di Firenze in una bellissima (e visto l'andazzo, neanche tanto piu' anomala) giornata d'inverno e mi imbatto in un libro davvero interessante: Ali di Piombo di Concetta Vecchio, della collana Futuro/Passato (ed. BUR, 9.40 euro) il secondo libro dedicato al trentennale di quell'anno particolare che e' stato il 1977 (il primo e' di Lucia Annunziata intitolato proprio 1977).
Nella recensione di Ali di Piombo linkata prima potrete farvi un'idea del libro (lo sto leggendo ora e vi assicuro che e' davvero ben scritto), mi interessa soprattuto mettere in evidenza il capitolo che inizia a pag.65 intitolato Una pazza radio a Bologna perche', ben si collega a due altri lavori che si rifanno a quell'anno: il primo e' un film uscito il 1 ottobre 2004:
Lavorare con lentezza, diretto da Guido Chiesa alla cui sceneggiatura hanno collaborato, oltre allo stesso regista, i cinque Wu Ming e di cui esiste un sito i cui contenuti "sono in continuo aggiornamento" .
Radio Alice, come ben sa sia chi ha vissuto quel fenomeno, ma anche chi ha avuto modo di vedere il film, fu davvero una "strana radio", come la definisce Concetta Vecchio che scrive: "Franco Berardo, detto Bifo e' autore di uno stralunato notiziario politico, ogni di' intorno a mezzogiorno. Il 10 febbraio 1977 compone in diretta il numero del centralino della presidenza del Consiglio, chiede del presidente Giulio Andreotti, incredibilmente glielo passano, gli imita la voce di Umberto Agnelli, neo-senatore della Dc, con la erre arrotata: "Lei non ha idea di cosa sta succedendo alla Fiat, datevi una mossa". "E lei non ha idea di quel che sta succedendo per le strade di Roma". il divo Giulio l'ha bevuta. Bifo insiste: "Sotto i miei uffici gli operai stan gridando: Andreotti tu sei pazzo, la classe operaia non paghera' piu' un cazzo". "Come?" farfuglia il presidente. Clic. Tutta Bologna ha sentito".
L'11 marzo 1977, Francesco Lorusso, muore davanti al numero civico 37 di via Mascarella, sboccando sangue, dopo che un colpo sparato dall'arma del carabiniere Massimo Tramontani - 22 anni, tre settimane al congedo - gli si conficca nello sterno. Il tutto e' successo in seguito ad una carica dei celerini, chiamati dal rettore Rizzoli dopo che una trentina di "autonomi" avevano gridato slogan contro i ciellini che tenevano un'assemblea all'universita'. Radio Alice, che fara' la cronaca dei due giorni di violenta lotta che seguiranno chiudera' dopo il blitz delle forze dell'ordine alle 23.15 del 12 marzo, trasmesso in diretta da Valerio Minnella.
Sul filo delle coincidenze (ed arriviamo al secondo lavoro), nei giorni scorsi e' uscito il nuovo cd di Daniele Sepe (ed. musicali Il Manifesto): Suonarne 1 x Educarne 100, un concept album (si chiameranno ancora cosi'?) che rievoca in maniera piu' solare (ma non di meno incazzata) il 1977. La coincidenza sta nel fatto che il fil rouge che unisce i 17 pezzi del cd e' l'ascolto d'una radio, sintonizzata, di volta in volta, su frequenze diverse.
Scrive Se
pe, di questo suo lavoro:
"Gli anni settanta io li ho visti descritti solo in brutti film, pieni di grigiore e paura, per lo più fatti da signori che all’ epoca militavano nella FGCI. E che ricordo possono mai avere loro di allora? Io ricordo ben altre cose. L’ autoriduzione, l’ esproprio, la chiusura delle centrali atomiche, le botte ai concerti per entrare gratis, ma anche i film di Herzog o di Olmi, i concerti strapieni di Archie Shepp o di Luigi Nono, il teatro di strada del Living o le azioni di artisti che si rifacevano ad una unica idea e necessità rivoluzionaria. Oggi mi manca questo, la possibilità di sognare la rivoluzione".In realta' Sepe scrive molto di piu', ma il link ve l'ho messo per cui se avete voglia e tempo potrete leggerlo. O leggerlo nel libretto dello stesso cd.
).Sessanta e uno anni fa nasceva nel Montana David Lynch. Per l'occasione ripropongo un mio vecchio post di qualche tempo fa su questo eccentrico personaggio.
Lynch, l'esploratore della mente umana
Era il 1986 quando "Velluto Blu" di David Lynch fu escluso dal Festival di Venezia con l'accusa di "pornografia". Recentemente, esattamente 20 anni dopo, lo stesso Lynch viene accolto a Venezia come un guru, premiato e riverito da tutta la critica. Per le prime volte stuoli di fans che nemmeno si pensava esistessero hanno fatto la fila per farsi autografare i dvd. Come dire: meglio tardi che mai.
Fu così fino ai suoi esordi con Eraserhead, primo lungometraggio ignorato all'epoca della sua uscita, cinque anni di lavoro per 80 minuti di pellicola. Raccontare la trama di Eraserhead è impresa ardua soprattutto perché il film non è, per sua natura, raccontabile. L'insieme surreale e caotico di gesti, suoni, corpi, immagini che costituiscono l'opera richiede di essere vissuta, non spiegata. La storia (reale ed onirica) di un essere deformato (assomigliante a un enorme "girino") frutto di un rapporto sessuale fra un minorato mentale e la sua donna. Figure inconscie, mostriciattoli e ballerine, cervelli annullati. I continui sogni del protagonista, le differenti percezioni visive. Tutto questo fa di quest'horror grottesco un autentica pietra miliare del genere. Tanto che perfino Kubrick dichiarò: "Eraserhead è l'unico film che avrei voluto realizzare io stesso."
Lynch rimase sconosciuto nonostante questo piccolo capolavoro di cinema. I suoi primi fasti li ebbe soltanto quando Mel Brooks lo chiamò a dirigere The Elephant Man, candidato a 8 premi Oscar: commovente ritratto cinematografico di una storia realmente accaduta nella Londra vittoriana. La vicenda di John Merrick, un giovane nato affetto da una malattia molto rara, la neurofibromatosi, che lo ha reso mostruosamente deforme. Tanto da averlo condannato a vivere dentro una gabbia da circo, esibito al pubblico raccapriccio per due soldi con il nome di "Uomo elefante". Sarà un medico (interpretato da uno straordinario Antony Hopkins) a salvarlo e a curarlo, scoprendone l'infinità umanità nascosta dietro quel corpo deformato. Una storia semplice e non contorta, ma che provoca sensazioni mai banali. E’ questo un film di mostri: John Merrick lotta contro di loro, e vince, da essere umano.
Con il successivo Velluto Blu, (in cui Lynch confermerà la sua colloborazione con l'attore Kyle Mac Lachlan, già protagonista di Dune), si ritorna a una lettura cinematografica inquietante e perturbante, dove la perversione fa da padrona per tutto il film. Una storia che inizia con un orecchio mozzato in primo piano, scovato dal protagonista in mezzo a un prato. Lontano da significati pulp alla tarantino Lynch spiegherà più tardi: "Non so perché doveva essere un orecchio. Doveva essere un punto aperto del corpo, un buco che porta in qualcos'altro...L'orecchio si trova sulla testa e finisce direttamente nel cervello, era perfetto." L'orecchio mozzato era una strada perfetta per portare il protragonista Jeffrey (Kyle Mac Lachlan) all'interno di un mondo segreto situato nel cuore del film. E contro tutte le previsioni non sarà affatto il personaggio di Frank (Dennis Hopper) e la sua malvagità, la sua perversione, la violenza che usa su Dorothy (la Rossellini) a turbarci, ma il fatto che lo stesso Jeffrey (voyeur effettivo e metaforico di quelle aberrazioni) ne sia sostanzialmente attirato e eccitato. Un giallo? No, un "blu", il colore dell'inquietudine, unito al velluto come materializzazione del mistero.
Dopo questa filmografia di tutto rispetto Lynch rimase nonostante tutto un "autore di nicchia". Fu con la serie televisiva Twin Peaks prodotta assieme a Mark Frost, che raggiunse la fama degli spettatori di tutto il mondo proprio mentre a Cannes trionfava con Cuore Selvaggio. E come non ricordarsi quello splendido serial televisivo a metà fra soap opera e horror metafisico? Il geniale agente dell'FBI Cooper (sempre Kyle Maclachlan!) con la sua fedele "Diane", l'immagine del cadavere di Laura Palmer ai bordi del fiume, il simpatico sceriffo, le spaventosi immagini di Bob che si nasconde dietro il letto della camera di Lura, le allucinazioni della madre, l'onirica loggia rossa con il nano che balla e che parla all'incontrario, i deliri dell'uomo senza il braccio. E poi ancora, tutto il contesto della profonda provincia americana: i dolci, il caffè, gli alberi e i gufi. E dietro tutto questo i demoni segreti di una cittadina insospettabile. Un programma epocale che ha rivoluzionato l'idea stessa del telefilm e il cui episodio pilota, l'unico diretto magistralmente da Lynch, rimane un'opera d'arte straordinaria, per riprese, musica, dialoghi e fotografia.
A questa esperienza televisiva Lynch farà seguire un lungometraggio Twin Peaks-fuoco cammina con me, inventando di fatto la forma del "prequel". Il film infatti racconta l'ultima settimana di vita di Laura Palmer. Ma se si pensa che Fire Walk whit me sia soltanto un'abile mossa commerciale per sfruttare sul grande schermo i successi ottenuti attraverso il tubo catodico ci si sbaglia grossolanamente. Questo è un capolavoro sfortunato, incompreso e non del tutto comprensibile. Pertanto, perfettamente lynchiano. Difficile, tenebroso, pessimista, surreale, pieno di significati e di simboli. Meravigliosa e sublime la colonna sonora di Badalamenti. E infine è uno schiaffo canzonatorio a tutti quei fan accaniti (sottoscritto compreso) che speravano di risolvere i propri dubbi interpretativi cruciali rimasti pienamente insoluti con la conclusione del telefilm e che li hanno invece visti moltiplicarsi, increduli, fino ai titoli di coda di Fuoco Cammima con me.
Ed arriviamo così agli ultimi due capolavori di mister Lynch: Strade perdute e Mulholland drive (in mezzo ci sarà Una Storia Vera, film atipico per Lynch ma commovente e bellissimo). Due film simili, che richiamano il senso dell'orinico e dello sdoppiamento (di personalità, ma non solo, anche uno sdoppiamento della realtà che i protagonisti vivono). Entrambi i film confondono la duplice sostanza dell'uomo fatta di razionalità e di immaginazione, ma che diventa una sola nel momento in cui si cerca un'alternativa alla realtà oppure un modo per intervenire su di essa in maniera da uscirne salvi (Strade perdute) o gratificati (Mulholland Drive). Entrambi iniziano con storie abbastanza linerari e comprensibili, ma nella seconda parte ci accorge di come tutto è o era in realtà fittizzio: genesi di una fuga dalla propria mente verso identità consolatorie (Strade perdute) o genesi di un sogno dove si proiettano le proprie ambizoni, i propri sensi di colpa, le proprie invidie per cercare di costruire una realtà diversa da quella che si vive (Mulloholand Drive). Due film in cui Lynch, per essere davvero severi, "centra" il capolavoro e tira fuori qualcosa che riesce ad essere emozionante, coinvolgente, inquietante, e ricco di un simbolismo insito in ogni dettaglio della pellicola. Due film in cui tutto necessita di un'interpretazione, perché ogni cosa è stata costruita perché venisse interpretata da ognuno, e perché venissero interpretate le conseguenze delle interpretazioni, in un percorso quasi illimitato per sua incredibile ciclicità. 
V per Vendetta 2005. Regia di J. McTeigue. Sceneggiatura di Andy e Larry Wachowski. Dalla graphic novel di Alan Moore.Mi sono trovato ieri sera a RIvedere un gran bel film e allora ne riporto la recensione scritta ormai temporibus illis nel caldo momento del mio fervore politico. Poi dopo le notizie di oggi sui manifesti da 1984 affissi a Londra recensisco qualcosa che sarà attualità no? ^_^ Per quanto i seguiti di Matrix fossero opinabili, per quanto Moore abbia rinnegato il film chiedendo di essere tolto dai credits, per quanto la tematica sia usurata, il film merita ogni riguardo. Il commento che segue voleva essere breve ma è difficile iniziare a scrivere quanto smettere certe volte.

"Beneath this mask there is more than flesh. There is an idea, Mr. Creedy, and ideas are bulletproof."
"People should not be afraid of their governments, governments should be afraid of their people."
"If our own government was responsible for the deaths of a hundred thousand people... would you really want to know? "Ecco il dubbio che inizia a farsi strada gradino per gradino. Se V è l'uomo e l'ideale, Finch è l'uomo nel suo eterno esitare, Finch potrebbe essere il nostro Everyman, il nostro Winston Smith che deciderà tutto, deciderà se l'umanità si schiererà per il cambiamento o no, deciderà se vi sarà un cambiamento.
Se il tuo governo fosse artefice della morte migliaia di persone e lo avesse fatto solo per rinsaldare il suo dominio, vorremmo veramente saperlo?
Mercedes
"Marcos è gay a San Francisco, nero in Sudafrica, asiatico in Europa, chicano a San Isidro, anarchico in Spagna, palestinese in Israele, indigeno nelle strade di San Cristóbal, ragazzino di una gang a Neza, rocker a Cu, ebreo nella Germania nazista, ombudsman nella Sedena, femminista nei partiti politici, comunista nel dopo Guerra fredda, detenuto a Cintalapa,[..] E, per questo, tutti noi che lottiamo per un mondo diverso, per la libertà e l’emancipazione dell’umanità, tutti noi siamo Marcos."Dai comunicati stampa del Sub Comandante Marcos.
"-Chi era?- Era Edmond Dantès .. ed era mio padre. E mia madre. Mio fratello. Un mio amico. Era lei .. ero io. Era tutti noi."From V for Vendetta.
"Se vuoi conoscere Marcos basta solo guardarti allo specchio, perché anche tu sei Marcos, perché siamo tutti Marcos."Dai comunicati stampa del Sub Comandante Marcos.
Alcuni giorni fa ho visto per la prima volta un film di cui conoscevo l’esistenza, ma che avevo sempre ignorato pensando che fosse il solito film anni ’70, ambientato in un futuro indefinito, con le solite ferraglie e cianfrusaglie fantascientifiche che piacciono tanto a Lucas (nei i primi Star Wars le ferraglie robotiche erano poesia però). Mi sbagliavo. Ho trovato un film intriso di esistenzialismo pop, di riflessioni dickiane sulla condizione umana al di fuori di ogni collocazione temporale, ampliando i problemi della società moderna (il film è del 1971) proiettandone il carico emotivo da essi derivato in un futuro possibile ma poco credibile, ed essendo però esso una grande allegoria del mondo attuale, la vera chiave di lettura interessante secondo me di quei film di fantascienza che non giocano solo sul fattore dello spettacolo visivo.
Di sicuro questo piccolo gioiello (dura un’ora e venti) della filmografia di Lucas non è una di quelle dozzinali baracconate futuristiche – anche divertenti peraltro – che invadono letteralmente le sale cinematografiche negli ultimi periodi (“I figli degli uomini” non l’ho visto), ma è un film realizzato con un budget ridotto e con una grande idea poetica che è la vera anima del film.
Ambientato in una società orwelliana, dove lo stato è completamente padrone delle abitudini dei suoi affiliati, che siano esse morali o fisiche o sessuali, e dove si fa sempre promotore della felicità altrui, attraverso campagne per corrette abitudini salutistiche e comportamentali (ahi ahi tasto dolente anche nell’epoca dei Sirchia e dei Veronesi…) ed ovviamente gabbia della libertà umana, riflettendo tutti i totalitarismi del novecento, dai manganelli fascisti all’uguaglianza come concetto-missione del comunismo, per non parlare dell’ombra derivante dall’incubo nazista.
La storia di THX 1138, interpretato dal grande Robert Duvall, è quella di un reietto fuggiasco verso lidi di luce e libertà, lontano da quel modello sociale claustrofobico. L’amore è messo al bando ed il sesso è vietato dall’autorità (bellissime tra l’altro le scene d’amore tra i due protagonisti), e lui contravvenendo a ciò diventa un soggetto inaffidabile per la società, che decide quindi di provvedere alla sua eliminazione. Da qui la fuga, rocambolesca e onirica, tra le pareti bianche (Kubrick docet) dei corridoi della prigione-stato. Un finale meraviglioso, un immagine intensa, un uomo che brancola nell’alternanza di luce e di buio della libertà riacquisita con sullo sfondo uno strano sole che brucia come non mai illuminando l’universo che gli sta attorno.
Silvano Agosti ha detto una volta che “lo schiavo non è tanto quello che ha la catena al piede, ma colui che non è più in grado di immaginarsi la libertà”. E’ quello di cui parla questo film.
"Avrebbe potuto registrare "Transformer 2-transformer 3" e altre versioni di "Walk on the wild side". Ma invece decise di compiere l'atto più coraggioso, mai visto nella storia del pop. Creò un'opera che scava a fondo nell'anima dell'artista, più di ogni lavoro pubblicato sulla scena americana negli ultimi 50 anni."Bob Ezrin, produttore di Berlin
Era il 1973 quando Lou Reed dopo i fasti del miticoTrasformer pubblicò un album considerato ancora dalla maggior parte dei critici musicali il concept-album più intensamente profondo e psicoanalitico nella storia del rock. Perla nascosta nella discografia di Lou Reed, Berlin consacra Reed come l'autore più geniale e innovativo di quegli anni. Berlin per i più continua però ad essere famoso per il suo profondo spirito degradante e realista tanto che molti lo ricordano come "l'album più pessimista e deprimente" della storia rock. Autore: Lou ReedAscolta un pezzo di questo album:
Titolo: Berlin
Anno: 1973
Genere: Rock
Etichetta: Rca
Voto: 10/10
Tracklist
1. Berlin
2. Lady Day
3. Man Of Good Fortune
4. Caroline Says I
5. How Do You Think It Feels
6. Oh Jim
7. Caroline Says II
8. Kids
9. Bed
10. Sad Song
Ve la ricordate la canzone dei Velvet Undergound nell'omonimo del 1969?
Here she comes
you'd better watch your step
She's going to break your heart in two
it's true
It's not hard to realise
just look into her false colored eyes
She'll build you up to just put you down
what a clown
'Cause everybody knows
(she's a femme fatale)
the things she does to please
(she's a femme fatale)
She's just a little tease
(she's a femme fatale)
See the way she walks
hear the way she talks
Era dedicata alla musa di Andy Warhol, tale Edie Sedgwick, una modella/ereditiera arrivata nella Grande Mela per dare una scossa alla sua vita per poi finire morta di un'overdose di barbiturici e alcol nel 1971. Su di lei George Hickenlooper ha girato un film "Factory girl", che ne racconta l'ascesa e la caduta. “E' una delle cose più disgustose e brutte che abbia mai visto. E' scritta da un ritardato analfabeta.Non c'è limite a quanto in basso puoi andare solo per guadagnare dei soldi.”Factory girl sembra insomma essere deligittimato prima ancora della sua uscita ufficiale. Non è la prima volta che accade. Già Velvet Goldmine, film sugli sfrenati anni glam in inghilterra, fu snobbato da sir Davivd Bowie che non concesse mai i diritti delle sue canzoni per la colonna sonora. E come non dimenticare il buco nell'acqua di Oliver Stone con The Doors disconosciuto dai più grandi fans del gruppo e considerato dai molti "un'operazione infame" dove Jim Morrison veniva dipinto come un ubriacone drogato diventato famoso solo per la sua morte?
Su IBS, noto negozio di libri online, si raccolgono con molta democrazia i commenti di chiunque voglia esprimere la sua opinione su un libro che ha letto. Sono casualmente capitata proprio sul fantasmagorico inimitabile stupefacente capolavoro di Federico Moccia, Tre metri sopra il cielo. Ed ecco cosa ho trovato.
HO LETTO TRE METRI SOPRA IL CIELO E L'HO TROVATO A DIR POCO FANTASTICO. PER MENO DI UNA SETTIMANA NON FACEVO ALTRO CHE LEGGERE, LEGGERE E LEGGERE; E ALLA FINE NON HO PUTUTO NON COMMUOVERVI. è UN LIBRIO BELLISSIMO. GRANDE MOCCIA...
ciaoooooooooooooooooooooooooooo......nn ho parole nè sul film nè sul libro.....entrambi sono stratosfericamente meravigliosi.il libro l'ho letto un centinaio di volte;e nn me ne sn pentita!!!GRAZIE FEDERICO... 6 1 GRANDE
E' decisamente fantastico.... Anche se, dopo aver letto Ho Voglia Di Te, mi sono resa conto che il secondo libro mi ha coinvolto di più... Ma in quanto a romanticismo tutti e due i libri sono straordinari!!! Li adoro!!! Leggeteli se volete provare più sentimenti insieme e immedesimarvi nei personaggi!!!Questa ammirazione incondizionata (nonchè milioni di errori di battitura e grammaticali) viene da tredici-quattordicenni che probabilmente non hanno mai letto un vero libro in vita loro e - mi rivolgo in particolare alla seconda - forse facevano meglio a leggere Tre metri sopra il cielo una volta sola e le altre 99 leggere qualcos'altro, tanto per avere un termine di paragone che non sia Cioè.
è vero...sn daccordo kn tt coloro ke pensano ke il film è bellissimo anke xke c'è riccardo scamarcio...E' BONISSIMO!!!beata katy louise saunders ke ha avuto qst