martedì, 29 maggio 2007
di MarFal84

jeff24
"La mia estetica personale è influenzata direttamente da tutto quello che vedo. Non mi importa di schiacciarmi contro le rocce. La mia sfida di base è riuscire a vivere a lungo e continuare a fare rock."

29 maggio 1997.
Esattamente dieci anni fa il fiume Mississipi, nei pressi di Memphis, si portava via per sempre quello che è stato forse il piu' grande talento del rock apparso sulla scena negli anni 90: Jeff Buckley.
Jeff era figlio del celeberrimo Tim Buckley e della violoncellista Mary Guibert.
Quella che era inevitabilmente una paternità scomoda non veniva perpepita però dal giovane Jeff, che con il padre non allacciò mai un vero e proprio rapporto, avendo quest'ultimo abbandonato molto presto la famiglia per cercare sogni di gloria.
Morto per uno scherzo del destino a soli 31 anni, fino ad allora Jeff, che usava il cognome Buckley solo in ambito artistico ed era conosciuto da tutti come Scott Moorhead, rappresentava l'anima  poetica e struggente del rock americano post-grunge, che sapeva coniugare ad una voce angelica una presenza scenica da vera icona moderna.
Grace, il suo unico album in studio e capolavoro assoluto della musica, rappresenta il testamento di un personaggio durato troppo poco per essere vero.

Un montaggio di alcune foto di Jeff con in sottofondo la versione acustica di Last Goodbye.

lunedì, 14 maggio 2007
di MarFal84

nbcheroes-hiroSo che il genere telefilm americano non è il piu' appetibile al pubblico di questo blog, tuttavia dovete sapere che Marco impazzisce letteralmente di fronte alle gesta di casalinghe, naufraghi, medici e altre categorie sociali non specificate.
Essendo poi io dotato nella mia casa universitarie della Rete Veloce è normale che non aspetto, come fanno gli altri comuni mortali, la programmazione italiana delle serie, ma guardo gli episodi originali dotati di sottotitoli. Pazzo, voi penserete.
Ebbene dovete sapere che da settembre sta andando in onda in America una serie che sta battendo molti record di ascolto, e che, io scommetto, farà molti proseliti anche nel Bel Paese.
Il suo nome è Heroes e va in onda sull' emittente NBC, la stessa che programma le gesta di John Dorian e Company, i medici un po' pazzi di Scrubs.
Ora, Heroes parla di persone sulla terra che tutto a un tratto si accorgono di avere poteri sovrannaturali, che derivano dalle teorie di un genetista indiano secondo cui l'evoluzione non è lineare ma ha dei picchi in determinati individui.
Immagino che già state pensando a Superman, Flash, X- Men o altre storie di fantascienza.
Invece no, Heroes non è niente di tutto questo.
Heroes è una delle serie televisive meglio scritte degli ultimi anni con intrecci tra personaggi, spy - story e una buona dose di effetti speciali, che la rendono un prodotto televisivo unico.
Facendo un confronto con un'altra fortunata serie, si potrebbe dire che, come Lost non è solo la storia di alcuni sopravvissuti ad un disastro aereo, altrettanto Heroes non è solo una storia di uomini dotati di superpoteri.
Ora non vado troppo in profondità, per non rovinarvi lo spettacolo quando la serie arriverà ad settembre/ottobre in Italia.
Sappiate solo che allora personaggi come Hiro Nakamura o Peter Petrelli o motti del tipo save the cheerleader,save the world, che negli States stanno letteralmente spopolando, sarannò per voi molto popolari.
Giusto per le persone interessate posto il video del trailer in inglese alla prima stagione iniziata a settembre e che, ormai, sta quasi per concludersi.


giovedì, 29 marzo 2007
di visko

Dopo cinque anni (finalmente, aggiungo) lo scorso 20 marzo è uscito Manituana (ed. Einaudi - Stile Libero, 17.50 euro), il nuovo romanzo di Wu Ming, il nome collettivo (anzi, il non-nome collettivo, visto che, in mandarino, Wu Ming questo significa "senza nome", quasi nell'osservanza di ciò che Stephen King scrisse tempo fa in un racconto presente in Stand by me: "E' la storia, non colui che la racconta") dietro cui cinque autori da diversi anni (cioé dal 1999, quando uscì Q, a firma Luther Blisset, altro "mitico" nome collettivo di cui Wu MIng è una delle dirette evoluzioni) scrivono storie, rileggendo la storia.

Questo romanzo narra di ciò che accadde dal 1775 al 1779 in quelli che sarebbero diventati gli Stati Uniti d'America: cinque anni in cui avviene il crollo della Lunga Casa, il nome che gli indiani danno alla Confederazione Irochese (fondata nel 1142 da cinque tribù - Mohawk, Oneida, Cayuga, Onondaga e Seneca). Quasi seicento anni dopo le Cinque Nazioni diverranno Sei, con l'ingresso nella lega dei Tuscarora nel 1713), diedero a quel territorio che sarebbe l'odierna Pennsylvania.

Una casa che potrebbe sembrare un condominio multi-etnico o una gigantesca Piazza Vittorio: infatti, oltre le sei tribù unite dalla lingua mohawk, c'erano coloni sudditi del britannico Re Giorgio III, in gran parte irlandesi e scozzesi - ovviamente questi arrivarono dopo - nel territorio della Lunga Casa, ma l'integrazione, non perfetta, ma neanche ostile, avvenne. Gli Irochesi presero - chi più, chi meno - quanto di buono c'era della cultura occidentale (filosofia, scienza, ma anche la lingua e la religione: vennero chiamati "gli ateniesi d'America"), fondendo tutto con le loro tradizioni, la loro cultura, ma ne presero anche i malanni (il vaiolo ed il rhum, giusto per citare due esempi emblematici), mantenendo forte però la loro identità di alleati: una cosa che avvenne molti anni prima gli eventi narrati (spiegato negli antefatti del libro e narrati anche in racconti nati parallelamente, di cui parleremo quando si affronterà la scrittura postmoderna del libro).

Quando i coloni si ribellano per le tasse con cui vengon vessati dal Regno Unito (ribellione che ha il suo emblema nel Boston Tea Party del 1773 dove - ironia o provocazione - i coloni ribelli rovesciano in mare il carico di tè delle Compagnie delle Indie Orientali, travestendosi da indiani Mohawk), la Lunga Casa deve scegliere con chi schierarsi: e qui le storie dei personaggi diventano la Storia che conosciamo: i Mohawk - tribù che ha più legami con i britannici, visto che Joseph Brant Thayendanega - inteprete indiano, traduttore del vangelo in irochese, uno dei protagonisti - è cognato di William Johnson, l'irlandese che più s'era battuto per questa convivenza -  sono dalla parte del Re.

Tanto da partire per la Gran Bretagna - Joseph Brent con il nipote Peter, figlio di William Johnson e di  Molly, sorella di Brant, il guerriero Philip Lacroix  Ronaterihonte, detto Le Grand Diable, tanto spietato in battaglia quanto fine conoscitore di Voltaire e Shakespeare - per avere il pieno sostegno del Re nonché la promessa di riconoscimenti, nella lotta che s'appresteranno a compiere contro i coloni ribelli.

E' questa parentesi "trionfale" in Gran Bretagna la parte più divertente del libro, ma anche la più inquietante: l'incontro con il Re che legittima l'erede di Johnson (tale Guy Johnson, personaggio ambiguo, invidioso dei successi del predecessore, incapace di decidere se non per la sua carriera) come responsabile del rapporto con gli Irochesi, ma anche la promessa appunto che gli Indiani verranno premiati per il loro schierarsi accanto al Regno Unito avviene in un clima ben descritto dai Wu Ming: l'aria malsana della capitale dell'Impero con le strade popolate da reietti e la dissoluzione (morale, ma anche economica) dell'aristocrazia inglese sotto il peso del fasto, della noia e dell'amoralità da un lato (una decadenza ben rappresentata in una festa organizzata dall'amaramente ironico Lord Warwick, dove gli ospiti indiani sono visti come attrazione esotica), e, dall'altra parte, dalle preoccupazioni dei Poteri Forti (economici) dell'epoca che vedono nell'ostinazione del Re a non perdere le colonie d'oltreoceano un capriccio che va contro l'unica legge che davvero conta: quella del mercato (verrà citata, durante una delle conversazioni di questi Poteri Forti anche Adam Smith, il padre putativo del capitalismo che proprio nel 1776 pubblicò La Ricchezza delle Nazioni, testo fondamentale per la rivoluzione dell'economia occidentale).

  Tutto precipiterà col ritorno in patria della delegazione indiana, in un crescendo di violenza che non ha nessun altro scopo se non la vendetta. Su tutto questo aleggia come unica speranza l'immagine di Manituana, patria leggendaria nata dalle mille isole cadute dal cielo.



Ecco: leggendo (anche) leggende e scrivendo, una scrittura postmoderna (abusatissimo termine intorno a cui si tiene un dibattito che par'anch'esso postmoderno) che racconta uno dei tanti finali possibili - non della Storia come la conosciamo, ma delle storie che nella Storia si infilano - una scrittura che dà sangue, linfa, nervi, ossa, pulsioni, pensieri, sentimenti, insomma dà la vita a ciò che gli storici e gli studiosi fissano in una cronologia magari fedele (almeno fedele all'assioma "la storia la scrivono i vincitori", che non sempre è veritiero), ma sovente asettica: e questo può diventare pericoloso, visto che a volte si confonde un linguaggio ufficiale, o la parola dell' "expertise" sic et sempliciter con la verità dei fatti.

Avviene così che più passa il tempo, più si ha la possibilità di cercare nuove tracce, formulare nuove ipotesi, introdurre nuove teorie.

E qui che la "Storia-scritta-dai-vincitori" perde la sua efficacia: se spuntano teorie revisioniste (comprese quelle negazioniste) allora significa che la Storia viene ri-scritta a seconda delle convenienze di parte e che la versione che alla fine la vince è quella che ha dietro le spalle non solo (o non più) le ragioni più plausibili, ma anche - e soprattutto - la maggiore forza per sostenerle (per cui si potrebbe correggere l'aforisma dicendo che la Storia la scrivono quelli che più si impegnano a sostenerne la propria versione, con tutti i mezzi, a volte cruenti).

In Manituana non c'è alcun intento revisionista: la forza sovversiva del romanzo sta nell'ineluttabilità di quel che avviene: raccontare come declina rovinosamente l'Atene d'America, dove i valorosi e i puri sono travolti non solo dall'errore delle loro scelte (appoggiare Re Giorgio III quando la Storia va da tutt'altra parte), ma dalle proprie debolezze che siano la furia della vendetta, che sia la cupidigia, l'ipocrisia, la vigliaccheria, l'opportunismo: insomma i difetti umani che sottendono le sconfitte.

Sconfitte ancora più evidenti quando si leggono le scelte degli Eroi che diventano ancor più tragici perché presagiscono la disfatta, ma continuano ad andare avanti, evidenziando ancora una volta che Triste è la Terra che ha bisogno di loro.

Un breve cenno sulla scrittura.


Quel che davvero colpisce di Manituana (vabbé, che ha colpito me): è lo stile.

La fusione di cinque personalità in un'entità senza nome pare perfetta, forse c'è chi s'è occupato di delinerare i personaggi femminili (intensi anch'essi e fondamentali perché le donne di Manituana sono consapevoli del male, ma tengono insieme tutto perché nulla debba finire davvero), c'è chi ha messo insieme il viaggio a Londra, chi s'è occupato delle battaglie: questo lo ignoro. Però tutto funziona, emoziona, coinvolge.

Questo è un romanzo postmoderno (e ridalle) perché, per quanto ambientato nella fine del '700, mai potrebbe essere scritto in quel periodo.

Così come Q che mai potrebbe essere stato scritto durante gli scontri seguiti alla riforma luterana.

Ma in Q lo stile era volutamente "hard boiled", in Manituana c'è meno "rottura" stilistica, ma c'è più commistione di genere: quando si narrano le vicende degli "indiani metropolitani" mohowk, criminali anarchici e amorali, ma di certo meno disgustosi dell'aristocrazia degener(ata) che vive nel Bel (?) Mondo londinese, lo si fa con uno slang che recupera termini della strada di quel periodo e di quella città, ma è anche un omaggio allo slang dei drughi de l'Arancia ad orologeria di Anthony Burgess.

Da qui l'etichetta di post-moderno: come se ci fosse un patto tacito, meta-linguistico tra chi legge (e riconosce le strizzatine d'occhio delle citazioni) e chi scrive.

Operazione simile, ad esempio, si vede anche in The Prestige, l'ultimo film di Cristopher Nolan che ha dato vita ad un dibattito proprio su come certe storie - con certi argomenti - per quanto ambientate in un passato più o meno recente, siano raccontate (ma anche costruite) in maniera tale che solo un fruitore (lettore/spettatore/ascoltatore) "figlio di questi tempi" riesce ad apprezzare appieno (lo stesso dicasi per Lost, ad esempio).

Il vero elemento che rende però davvero unica l'opera Manituana è l'ipertesto che si viene a creare grazie al sito www.manituana.com, dove è possibile trovare non solo i prolegomeni (ribattezzati racconti ammutinati, nati non al margine, ma insieme alla storia di Manituana, che raccontano eventi che nel romanzo sono dati per noti), non solo le mappe dove avvengono i fatti (mappe consultabili grazie ad un link che apre automaticamente google earth), non solo il trailer, la cronologia o i "suoni" (comprese le composizioni che chiunque può mandare, ispirandosi al romanzo), ma anche un "secondo livello" del sito, a cui si potrà accedere tra qualche giorno, la cui password è celata tra le righe del romanzo.

Un secondo livello in cui l'interazione (scrivere racconti ispirati a Manituana, ma anche finali alternativi, germinazioni, ipotesi, discussioni, secondo i dettami del Creative Commons , di cui i Wu MIng sono tra i più attivi sostenitori) tra autori, lettori ed opera diventa più completa, come nello spirito di Luther Blisset prima e di Wu Ming poi.

E' qui che, chi affronta quest'opera, ha il senso della fatica sottesa alla sua creazione: non tanto il documentarsi, e neanche nell'operazione promozionale (a cui anche funge il primo livello), ma nella volontà di renderla viva, multimediata, realmente interattiva.

Manituana, nell'intenzione dei Wu Ming, dovrebbe essere il primo volume d'una trilogia che attraverserà quegli anni, andando oltre l'Atlantico, negli Stati Uniti, da parte a parte.

Un lavoro immane, ma, come gli autori citano nel sito di Manituana, usando le parole di Dickens : "Comunicare col pubblico in tutti i modi è una fatica d'amore".

Se poi il pubblico smette di essere tale, potendo anche interagire, allora si, l'amore sarà completo e corrisposto.

di luigipisanelli

 Sono stato lontano ultimamente. Ho fatto quel che si fa quando si va lontano. Raccogliere idee, soffermarsi sul particolare “altro”, sentire profumi diversi, ascoltare voci. E, paradossalmente, mi è capitato di sentire una voce diversa, mai ascoltata prima d’ora ma straordinariamente vicina a me, alla mia terra. La voce di Giuse Alemanno, autore di un romanzo (il suo primo), ambientato in un luogo non meglio identificato ma appartenente al sud, alla Puglia, alla terra “nera” come suggerisce il titolo stesso del libro (pubblicato da Stampa Alternativa, 144 pag., 7 euro).

E già “terra nera” m’è sembrato un uscir fuori dalle righe, come un non volersi accontentare di vederla rossa, così come garantirebbe la vasta letteratura “meridionaleggiante” degli ultimi tempi e anche di più. Poi ho capito che per Alemanno il colore della terra è nero perché nero è il dolore, la fatica, la sofferenza, il cinismo, l’umore, la mancanza di ogni forma d’indulgenza che questa terra rende all’uomo come contropartita di esistenze nere, dure, ciniche, umorali, balorde, impietose. Così come i protagonisti del libro, scaraventati in una realtà ai margini del neorealismo, dai forti connotati verghiani, che a chiudere gli occhi sembrano passeggiare dentro una pellicola di Pedro Almodòvar, solo un tantino più cinica.

I protagonisti sono i cafoni, gente che esiste ma è pura casualità. Nella premessa, Nino, il protagonista maschile dice “Quella gente non esiste. Non sono nessuno. Quando crepano la morte cancella la loro esistenza come una macchina lavastrade che spazzi i detriti dalla via”.

E poi c’è l’anarchia pur non essendo, questo, un trattato anarchico, pur non essendoci traccia di velleità pedagogiche sul come fare a vivere bene in un mondo senza Stato. E anche in questo l’autore non cede a facili retoriche pseudo-rivoluzionarie. C’è l’anarchia come pretesto per raccontare la sudditanza del sottoproletariato agrario, degli analfabeti disperati e dignitosi, di quelli che non hanno neanche i soldi per comprarsi la bara, al giogo del padrone, cafone che s’è fatto ricco. C’è l’anarchia per omaggiare un anarchico, il cantore dei poveri, degli esclusi, dei reietti. C’è l’anarchia che ricorda De Andrè (alcuni estratti di suoi brani, qua e là compaiono nel testo e mai stonano).

Il linguaggio sembra aprire una finestra indietro nel tempo. Offre sfumature rupestri, regala a piene mani i gesti antichi, gli sputi nella polvere, i “matriconi” per liberare una giovane donna da improbabili, oscuri malefici, le “cose di compromettenza” ad indicare i discorsi deliranti di sbruffoni e ciarlatani. Ora imbratta di rosso sangue perché “i coltelli san tagliare”, ora di blu a raccontare esistenze a cielo aperto dentro masserie fuori paese.

Anche la figura della donna, qui, è relegata al suo ruolo primordiale. Un ruolo di perenne tensione erotica. Di confronto impari con l’uomo anche se Annina, la protagonista femminile, riuscirà a dipanarsi con piglio patriarcale, a capo di una famiglia fatta di uomini.

Non c’è spazio per l’indulgenza verso esistenze salvifiche o verso atti che redimano una vita. Nino è pervaso da una volontà di potenza e per assecondarla passerà sopra ogni cosa, sopra tutto e tutti. Smetterà di essere un cafone, un poveraccio ma a quale prezzo?

Ho letto Terra nera mentre ero lontano. E lì ho lasciato questo libro. Come pretesto utile a voler ritornare. Come concime a dar linfa alla terra. Perché i libri son fatti per andare lontano. E, nel migliore dei casi, per dar linfa alla terra, rossa o nera che sia.

sabato, 03 marzo 2007
di DanieleLombardi

La vaccata in salsa "sagra del liscio italico" quest'anno rappresenta davvero il peggio della musica italiana. 

E, a parte le mummie varie di chi pensavamo morto e sepolto per poi resuscitare in questo Festival (a partire da Pippo Baudo), le uniche note positive sono segnalate dall'ottimo Cristicchi e dal sempre ironico Silvestri (quest'ultimo, nessuno lo ha capito, si è presentato con una canzone sulla latitanza di Provenzano).

Il resto è già fatto e sentito. Anzi, direi plagiato. Avete in mente i versi della squallida canzonetta di Dj Francesco e suo pooh-padre Facchinetti?

"Come i padri e i figli / con i propri sbagli / La storia siamo noi, tutti noi".
Mi sembra di averla già sentita...
"La storia siamo noi, siamo noi padri e figli / siamo noi, bella ciao, che partiamo."
Come volevasi dimostrare.

sabato, 27 gennaio 2007
di MarFal84

Luigi Tenco - Vedrai Vedrai

giovedì, 25 gennaio 2007
di DanieleLombardi

Oggi si sa, si fanno le classififiche di tutto. E non poteva mancare la hit parade della menzogna letteraria. Non nel senso di libri scritti da bugiardi. Al contrario: quei libri non letti da persone che però in pubblico si pavoneggiano di averlo fatto. Tutti noi almeno una volta nella vita abbiamo parlato con gli amici/amiche di un libro che sembrava letto da tutti. E, messi alle strette, anche noi abbiamo detto: "l'ho letto!", quando in realtà sapevamo a malapena di cosa parlasse.
Questa classifica esiste. L’ha stilata il (come di consueto) l'autorevole Museums, Libraries and Archive Council (Mla) britannico. L’agenzia ha svolto un sondaggio da cui emerge che un terzo degli adulti, per far bella figura con parenti, conoscenti e amici, afferma, mentendo, di conoscere bene opere di cui aveva solo sentito parlare. E si scopre perfino che fra i più giovani, nella fascia d’età fra i 19 e i 21 anni, si arriva a un bugiardo su due persone. Ecco la classifica:

1. Il signore degli anelli - Tolkien
2. Guerra e pace - Tolstoj
3. Men are from Mars, women are from Venus - Gray
4. Cime tempestose -E. Brontë
5. 1984 - Orwell
6. Harry Potter e la pietra filosofale - Rowling
7. Grandi speranze - Dickens
8. Jane Eyre - C. Brontë
9.  Il codice da Vinci - Brown
10. Il diario di Anna Frank - Frank

Alzi la mano chi li ha letti tutti e dieci.

domenica, 21 gennaio 2007
di visko

Aria di sovversione si respira in quest'Italia con una sinistra "di lotta e di governo" che vota la finanziaria dei fischi e scende in piazza per protestare accanto a quelli che (sacrosantamente) non vogliono l'allargamento di basi militari USA. Probabilmente perche' a tutto c'e' un limite (?).

Cosi' ieri, quando il buon On. Caruso fa rinvenire due molotov  nel luogo dove di solito si vedono girare tossici ("Stamane ne ho trovate due nel cortile della Camera. Mi sa che sono proprio quelle degli uffici reperti del tribunale di Genova... Forse bisognerebbe andare a chiedere agli esponenti di An..."),  mi son ritrovato in quel di Firenze in una bellissima (e visto l'andazzo, neanche tanto piu' anomala) giornata d'inverno e mi imbatto in un libro davvero interessante: Ali di Piombo di Concetta Vecchio, della collana Futuro/Passato (ed. BUR, 9.40 euro) il secondo libro dedicato al trentennale di quell'anno particolare che e' stato il 1977 (il primo e' di Lucia Annunziata intitolato proprio 1977).

Nella recensione di Ali di Piombo linkata prima potrete farvi un'idea del libro (lo sto leggendo ora e vi assicuro che e' davvero ben scritto), mi interessa soprattuto mettere in evidenza il capitolo che inizia a pag.65 intitolato Una pazza radio a Bologna perche', ben si collega a due altri lavori che si rifanno a quell'anno: il primo e' un film uscito il 1 ottobre 2004: Lavorare con lentezza, diretto da Guido Chiesa alla cui sceneggiatura hanno collaborato, oltre allo stesso regista, i cinque Wu Ming e di cui esiste un sito i cui contenuti "sono in continuo aggiornamento" .

Radio Alice, come ben sa sia chi ha vissuto quel fenomeno, ma anche chi ha avuto modo di vedere il film, fu davvero una "strana radio", come la definisce Concetta Vecchio che scrive: "Franco Berardo, detto Bifo e' autore di uno stralunato notiziario politico, ogni di' intorno a mezzogiorno. Il 10 febbraio 1977 compone in diretta il numero del centralino della presidenza del Consiglio, chiede del presidente Giulio Andreotti, incredibilmente glielo passano, gli imita la voce di Umberto Agnelli, neo-senatore della Dc, con la erre arrotata: "Lei non ha idea di cosa sta succedendo alla Fiat, datevi una mossa". "E lei non ha idea di quel che sta succedendo per le strade di Roma". il divo Giulio l'ha bevuta. Bifo insiste: "Sotto i miei uffici gli operai stan gridando: Andreotti tu sei pazzo, la classe operaia non paghera' piu' un cazzo". "Come?" farfuglia il presidente. Clic. Tutta Bologna ha sentito".

L'11 marzo 1977, Francesco Lorusso, muore davanti al numero civico 37 di via Mascarella, sboccando sangue, dopo che un colpo sparato dall'arma del carabiniere Massimo Tramontani - 22 anni, tre settimane al congedo - gli si conficca nello sterno. Il tutto e'  successo in seguito ad una carica dei celerini, chiamati dal rettore Rizzoli dopo che una trentina di "autonomi" avevano gridato slogan contro i ciellini che tenevano un'assemblea all'universita'. Radio Alice, che fara' la cronaca dei due giorni di violenta lotta che seguiranno chiudera' dopo il blitz delle forze dell'ordine alle 23.15 del 12 marzo, trasmesso in diretta da Valerio Minnella.

Sul filo delle coincidenze (ed arriviamo al secondo lavoro), nei giorni scorsi e' uscito il nuovo cd di Daniele Sepe (ed. musicali Il Manifesto): Suonarne 1 x Educarne 100, un concept album (si chiameranno ancora cosi'?) che rievoca in maniera piu' solare (ma non di meno incazzata) il 1977. La coincidenza sta nel fatto che il fil rouge che unisce i 17 pezzi del cd e' l'ascolto d'una radio, sintonizzata, di volta in volta, su frequenze diverse.

Scrive Sepe, di questo suo lavoro:

"Gli anni settanta io li ho visti descritti solo in brutti film, pieni di grigiore e paura, per lo più fatti da signori che all’ epoca militavano nella FGCI. E che ricordo possono mai avere loro di allora? Io ricordo ben altre cose. L’ autoriduzione, l’ esproprio, la chiusura delle centrali atomiche, le botte ai concerti per entrare gratis, ma anche i film di Herzog o di Olmi, i concerti strapieni di Archie Shepp o di Luigi Nono, il teatro di strada del Living o le azioni di artisti che si rifacevano ad una unica idea e necessità rivoluzionaria. Oggi mi manca questo, la possibilità di sognare la rivoluzione".
In realta' Sepe scrive molto di piu', ma il link ve l'ho messo per cui se avete voglia e tempo potrete leggerlo. O leggerlo nel libretto dello stesso cd.

Per farvi un'idea di cio' che potrete ascoltare qui c'e' un brano: e' in napoletano, e' soprattutto dialogato, ma con un po' di sforzo si riesce a capire (se ci fossero problemi, chiedetemi e vi faro' la traduzione ).

p.s. (chiedo scusa e ne approfitto per un po' di cazzi miei...)

Ultima cosa, ma non ultima per importanza: ricorre un altro trentennale quest'anno: la nascita d'un personaggio che a molti dira' poco, ma per altri, compreso me, e' importante: si tratta di mio fratello Matteo che, per un'ennesima coincidenza, e'  numericamente legato a quest'anno, visto che e' nato il 7 luglio del 1977 (alle ore sette della sera), e, come sostiene Fernando, un nostro amico cingalese il 7 e' il numero fortunato per eccellenza (almeno nello Sri Lanka). Matteo da qualche mese ha iniziato una nuova vita come clown (letteralmente: di quelli che girano con la pallina al naso, solo che lui lo fa senza pallina) in Francia e questo e' l'anno della sua svolta definitiva. In bocca al lupo a lui e a tutti i clown (compresi quelli che scrivono su questo blog e di cui mi onoro di far parte) visto che, come in una deliziosa maledizione cinese, pare che qualcuno ci abbia augurato di poter vivere in tempi interessanti.

sabato, 20 gennaio 2007
di DanieleLombardi

Sessanta e uno anni fa nasceva nel Montana David Lynch. Per l'occasione ripropongo un mio vecchio post di qualche tempo fa su questo eccentrico personaggio.

Lynch, l'esploratore della mente umana

"A Quentin Tarantino interessa guardare uno a cui stanno tagliando un orecchio;
a David Lynch interessa l'orecchio."

David Foster Wallace

Era il 1986  quando "Velluto Blu" di David Lynch fu escluso dal Festival di Venezia con l'accusa di "pornografia". Recentemente, esattamente 20 anni dopo, lo stesso Lynch viene accolto a Venezia come un guru, premiato e riverito da tutta la critica. Per le prime volte stuoli di fans che nemmeno si pensava esistessero hanno fatto la fila per farsi autografare i dvd. Come dire: meglio tardi che mai.

Diciamocelo: è stata una liberazione per noi lynchiani da lunga data vedere premiato il "nostro" con un leone d'oro alla carriera all'ultimo festival del cinema a Venezia. Troppi di noi si vergognano ancora di possedere in videoteca film del suddetto che ai più dicono poco o nulla. Troppe volte abbiamo obbligato amici e conoscenti a guardare "Mullholland drive" o "Strade perdute" annunciando il capolavoro per poi alla fine del film vedere le loro facce stravolte e ammutolite dirci "ma cosa vuol dire? Non ho capito niente, mi hai fatto pedere tempo". Troppe volte abbiamo passato notti in bianco con la compagnia catodica di Enrico Ghezzi (fan appassionato di Lynch) e il suo parlato in differita  ad ammirare le visioni lynchiane mandate su raitre in quarta serata. Perchè sia sa, i Tarantino, i Kubrick, i Coen, i Jarmush, i Leigh, e molti altri (che hanno contribuito meno alla delineazione di una poetica originale e significativa nel campo del cinema) risultano sempre commercialmente validi e perciò da "prima serata" rispetto alla figura di Lynch, bistrattato, criticato e spesso frainteso da pubblico e critica. Ma poi chi glielo va a dire allo spettatore medio che il fenomeno commerciale che risponde al nome di Mr. Quentin Tarantino non esisterebbe senza David Lynch come modello di riferimento, senza l'insieme di codici e contesti che Lynch ha portato nel profondo del cervello dello spettatore? Che il premio alla carriera sia finalmente un dovuto omaggio al suo cinema e un atto implicito per riconoscere tutto questo? Finalmente vedremo il grande pubblico appassionarsi per un "Cuore selvaggio"? O magari vedremo un "Fuoco cammina con me" in prima serata? Lo spero davvero, ma ne dubito.

Ma prendiamo il pretesto di questo recente premio alla carriera per parlarnè un pò di Lynch, il mio regista preferito. Metà americano e metà filandese, capostipite del nuovo cinema indipendente americano, odiato da Hollywood alla pari di Kubrick, surreale ed disturbato ma mai irrazionale: Lynch è soprattutto un simbolista, ogni dettaglio di suoni, luci e immagini in realtà è pensato e studiato nel minimo particolare attraverso una lettura fortemente psicologica dell'animo umano, nel senso più freudiano del termine. Lynch è fondamentalmene un esploratore della mente umana, dei suoi sogni e dei suoi incubi: il suo è un ambizioso tentativo di materializzare sulla pellicola le ossessioni e le foibe degli uomini. I suoi lavori non sono film, sono esperienze, alla fine delle quali lo spettatore si sente disiorientato, con un gran mal di testa.

Fu così fino ai suoi esordi con Eraserhead, primo lungometraggio ignorato all'epoca della sua uscita, cinque anni di lavoro per 80 minuti di pellicola. Raccontare la trama di Eraserhead è impresa ardua soprattutto perché il film non è, per sua natura, raccontabile. L'insieme surreale e caotico di gesti, suoni, corpi, immagini che costituiscono l'opera richiede di essere vissuta, non spiegata. La storia (reale ed onirica) di un essere deformato (assomigliante a un enorme "girino") frutto di un rapporto sessuale fra un minorato mentale e la sua donna. Figure inconscie, mostriciattoli e ballerine, cervelli annullati.  I continui sogni del protagonista, le differenti percezioni visive. Tutto questo fa di quest'horror grottesco un autentica pietra miliare del genere. Tanto che perfino Kubrick dichiarò: "Eraserhead è l'unico film che avrei voluto realizzare io stesso."

Lynch rimase sconosciuto nonostante questo piccolo capolavoro di cinema. I suoi primi fasti li ebbe soltanto quando Mel Brooks lo chiamò a dirigere The Elephant Man, candidato a 8 premi Oscar: commovente ritratto cinematografico di una storia realmente accaduta nella Londra vittoriana. La vicenda di John Merrick,  un giovane nato affetto da una malattia molto rara, la neurofibromatosi, che lo ha reso mostruosamente deforme. Tanto da averlo condannato a vivere dentro una gabbia da circo, esibito al pubblico raccapriccio per due soldi con il nome di "Uomo elefante". Sarà un medico (interpretato da uno straordinario Antony Hopkins) a salvarlo e a curarlo, scoprendone l'infinità umanità nascosta dietro quel corpo deformato. Una storia semplice e non contorta, ma che provoca sensazioni mai banali. E’ questo un film di mostri: John Merrick lotta contro di loro, e vince, da essere umano.

Lynch ritornerà felicemente alle sue follie con Dune, un film tratto dal celebre romanzo omonimo di Frank Herbert, che fu annunciato come un cult del genere fantascientifico e invece fu un disastro commerciale Forse il lavoro meno riuscito di Lynch nel quale dimostra una grande difficoltà di misurarsi con lo stile "Kollossal" e con la necessità (tutta commerciale) di descrivere la trama di un libro complicatissimo in tempi brevi. Tanto che il produttore Laurentis dovette tagliare moltissimo del film, che, monco, rimase incomprensibile per chi non ha avesse il libro. Il "directors cut" di Lynch è invece di circa 4 ore ma non ha mai visto la luce.

Con il successivo Velluto Blu, (in cui Lynch confermerà la sua  colloborazione con l'attore Kyle Mac Lachlan, già protagonista di Dune), si ritorna a una lettura cinematografica  inquietante e perturbante, dove la perversione fa da padrona per tutto il film. Una storia che inizia con un orecchio mozzato in primo piano, scovato dal protagonista in mezzo a un prato. Lontano da significati pulp alla tarantino Lynch spiegherà più tardi: "Non so perché doveva essere un orecchio. Doveva essere un punto aperto del corpo, un buco che porta in qualcos'altro...L'orecchio si trova sulla testa e finisce direttamente nel cervello, era perfetto."  L'orecchio mozzato era una strada perfetta per portare il protragonista Jeffrey (Kyle Mac Lachlan) all'interno di un mondo segreto situato nel cuore del film. E contro tutte le previsioni non sarà affatto il personaggio di Frank (Dennis Hopper) e la sua malvagità, la sua perversione, la violenza che usa su Dorothy (la Rossellini) a turbarci, ma il fatto che lo stesso Jeffrey (voyeur effettivo e metaforico di quelle aberrazioni) ne sia sostanzialmente attirato e eccitato. Un giallo? No, un "blu", il colore dell'inquietudine, unito al velluto come materializzazione del mistero.

Un film straordinario, quasi come il successivo Cuore Selvaggio, premiato a Cannes come miglior film grazie alla presenza di Bernardo Bertolucci in giuria (altro fedele discepolo dei films di Lynch). La storia è una galleria di personaggi dediti agli eccessi ed alla perdizione. È senza ombra di dubbio la pellicola più eccessiva e viscerale (per un approfondimento rimando a questa bellissima e esauriente recensione).

Dopo questa filmografia di tutto rispetto Lynch rimase nonostante tutto un "autore di nicchia". Fu con la serie televisiva Twin Peaks prodotta assieme a Mark Frost, che raggiunse la fama degli spettatori di tutto il mondo proprio mentre a Cannes trionfava con Cuore Selvaggio. E come non ricordarsi quello splendido serial televisivo a metà fra soap opera e horror metafisico? Il geniale agente dell'FBI Cooper (sempre Kyle Maclachlan!) con la sua fedele "Diane", l'immagine del cadavere di Laura Palmer ai bordi del fiume, il simpatico sceriffo, le spaventosi immagini di Bob che si nasconde dietro il letto della camera di Lura, le allucinazioni della madre, l'onirica loggia rossa con il nano che balla e che parla all'incontrario, i deliri dell'uomo senza il braccio. E poi ancora, tutto il contesto della profonda provincia americana: i dolci, il caffè, gli alberi e i gufi. E dietro tutto questo i demoni segreti di una cittadina insospettabile. Un programma epocale che ha rivoluzionato l'idea stessa del telefilm e il cui episodio pilota, l'unico diretto magistralmente da Lynch, rimane un'opera d'arte straordinaria, per riprese, musica, dialoghi e fotografia.

A questa esperienza televisiva Lynch farà seguire un lungometraggio Twin Peaks-fuoco cammina con me, inventando di fatto la forma del "prequel". Il film infatti racconta l'ultima settimana di vita di Laura Palmer. Ma se si pensa che Fire Walk whit me sia soltanto un'abile mossa commerciale per sfruttare sul grande schermo i successi ottenuti attraverso il tubo catodico ci si sbaglia grossolanamente. Questo è un capolavoro sfortunato, incompreso e non del tutto comprensibile. Pertanto, perfettamente lynchiano. Difficile, tenebroso, pessimista, surreale, pieno di significati e di simboli. Meravigliosa e sublime la colonna sonora di Badalamenti. E infine è uno schiaffo canzonatorio a tutti quei fan accaniti (sottoscritto compreso) che speravano di risolvere i propri dubbi interpretativi cruciali rimasti pienamente insoluti con la conclusione del telefilm e che li hanno invece visti moltiplicarsi, increduli, fino ai titoli di coda di Fuoco Cammima con me.

Ed arriviamo così agli ultimi due capolavori di mister Lynch: Strade perdute e Mulholland drive (in mezzo ci sarà Una Storia Vera, film atipico per Lynch ma commovente e bellissimo). Due film simili, che richiamano il senso dell'orinico e dello sdoppiamento (di personalità, ma non solo, anche uno sdoppiamento della realtà che i protagonisti vivono). Entrambi i film confondono la duplice sostanza dell'uomo fatta di razionalità e di immaginazione, ma che diventa una sola nel momento in cui si cerca un'alternativa alla realtà oppure un modo per intervenire su di essa in maniera da uscirne salvi (Strade perdute) o gratificati (Mulholland Drive). Entrambi iniziano con storie abbastanza linerari e comprensibili, ma nella seconda parte ci accorge di come tutto è o era in realtà fittizzio: genesi di una fuga dalla propria mente verso identità consolatorie (Strade perdute) o genesi di un sogno dove si proiettano le proprie ambizoni, i propri sensi di colpa, le proprie invidie per cercare di costruire una realtà diversa da quella che si vive (Mulloholand Drive). Due film in cui Lynch, per essere davvero severi, "centra" il capolavoro e tira fuori qualcosa che riesce ad essere emozionante, coinvolgente, inquietante, e ricco di un simbolismo insito in ogni dettaglio della pellicola. Due film in cui tutto necessita di un'interpretazione, perché ogni cosa è stata costruita perché venisse interpretata da ognuno, e perché venissero interpretate le conseguenze delle interpretazioni, in un percorso quasi illimitato per sua incredibile ciclicità.

Muholland drive in particolare è favoloso. Sesso e lacrime, storia di illusioni che si spezzano, saggio (feroce) sull’industria di Hollywood, discorso amoroso frammentato in una cornice noir, mistero di una scatola blu nelle mani di un barbone custode di rottami nel retro di un fast-food. Muholland Drive conserva il potere delle opere senza tempo, è la summa artistica di un regista geniale, un film vive di una forza insperata e ci ricorda che questo è quanto dovremmo chiedere ancora ai registi ogni volta che scegliamo di chiuderci in una sala buia insieme ad altri sconosciuti.

Esigere non solo di guardare un film ma di iniziare un viaggio nel nostro inconscio, nei nostri sogni e nei nostri incubi. Finito il quale ci si alza lentamente dalla poltrona e, in uno stato di piacevole stordimento, si esce dalla sala cinematografica ignorando il brusìo di chi (miserabilmente) sullo schermo non ha visto niente di quello c'era da vedere (perchè per lo spettatore medio cresciuto a Spielberg&Muccino è più importante "capire" un film piuttosto che tuffarsi in un’opera complessa, stratificata che parla ai sensi più che alla ragione). E magari protesta: "C’era da aspettarselo, Lynch è tutto così." Solo Lynch purtroppo, aggiungo io.

lunedì, 15 gennaio 2007
di Espero_gv1930

V per Vendetta 2005. Regia di J. McTeigue. Sceneggiatura di Andy e Larry Wachowski. Dalla graphic novel di Alan Moore.
Mi sono trovato ieri sera a RIvedere un gran bel film e allora ne riporto la recensione scritta ormai temporibus illis nel caldo momento del mio fervore politico. Poi dopo le notizie di oggi sui manifesti da 1984 affissi a Londra recensisco qualcosa che sarà attualità no? ^_^ Per quanto i seguiti di Matrix fossero opinabili, per quanto Moore abbia rinnegato il film chiedendo di essere tolto dai credits, per quanto la tematica sia usurata, il film merita ogni riguardo. Il commento che segue voleva essere breve ma è difficile iniziare a scrivere quanto smettere certe volte.

Affresco distopico del terrore
Il film ritrae un futuro distopico molto orwelliano (o tendente al profetico). Un'Inghilterra schiacciata da una dittatura fascista molto religiosa, un'Inghilterra che in un momento di crisi, di terrorismo, di guerra ha scelto di mettersi nelle mani di un dittatore per mettere ordine e sentirsi sicura. Il terrore in questo film è la grande arma dei due oppositori: Sutler e V. Attraverso il terrore si contendono una massa rappresentata dalle pedine del domino, una massa che in tempi di guerra ha consegnato la propria fiducia alle persone sbagliate che ora reprimo, opprimono e vessano la popolazione.

Chi è V?

Il dittatore rispetto al popolo ha la forza delle armi, dei castigatori, dell'inquisizione, della tecnologia, dei copri fuoco, delle intercettazioni e così via. Si tratta di un'entita esterna alla massa che governa con implacabile ipocrisia e ferocia. V in tutto questo cosa rappresenta? Lo dice la ragazza verso la fine del film. V è Evey, è Finch, è i genitori di Evey, il suo fratellino morto, la coppia di amanti torturata. V rappresenta l'umanità. Nel momento in cui ha indossato la maschera ha iniziato a sfumare la sua identità ed ha iniziato a sublimare, trasumanare nell'ideale che rappresenta. V è l'uomo, è il desiderio di libertà dell'uomo. Quando nei primi minuti del film la statua della giustizia esplode è come vedere un cuore che ha un sussulto e palpita per prima volta dopo anni.

Tesi dell'ambiguo eroe
Gli attacchi di V sono su due piani. Abbiamo attacchi personali-vendicativi e attacchi al simbolismo. Il suo obiettivo è dare agli uomini un'ideale che non si concretizzi in mattoni che non sia un luogo in cui riunirsi. Da loro la maschera di un'ideale come a dire che in certi momenti BISOGNA essere massa, bisogna diventare il Quarto Stato che avanza. Bisogna vestire tutti la stessa maschera per creare un'entità collettiva compatta. Di seguito due frasi dal film inerenti all'argomento:
"Beneath this mask there is more than flesh. There is an idea, Mr. Creedy, and ideas are bulletproof."
"People should not be afraid of their governments, governments should be afraid of their people."

L'ago della bilancia
C'è poi Finch, il poliziotto. Ad inizio film Sutler parla del dubbio. Parla del dubbio come fosse la piccola crepa nel pavimento di vetro su cui poggi i piedi. Non puoi porre rimedio a quella crepa e pian piano essa si spandera causando la tua fine. Così il dubbio si insinua nella mente di Finch quando V colpisce con un video il vetro della sua fedeltà al partito. Un percorso travagliato lo porterà a farsi questa domanda.
"If our own government was responsible for the deaths of a hundred thousand people... would you really want to know? "
Se il tuo governo fosse artefice della morte migliaia di persone e lo avesse fatto solo per rinsaldare il suo dominio, vorremmo veramente saperlo?
Ecco il dubbio che inizia a farsi strada gradino per gradino. Se V è l'uomo e l'ideale, Finch è l'uomo nel suo eterno esitare, Finch potrebbe essere il nostro Everyman, il nostro Winston Smith che deciderà tutto, deciderà se l'umanità si schiererà per il cambiamento o no, deciderà se vi sarà un cambiamento.

Mercedes
Abbiamo la ragazza anche. Lei porta la fragilità emotiva della massa, porta una delle tematiche fondamentali e più Orwlliane: il passato. "Chi controlla il passato controlla il presente" chiarissimo messaggio di 1984. Il Ministero della Verità plasmava il passato in linea con i loro interessi. La ragazza porta il segno del passato e quindi non può dimenticare. La cicatrice che porta la rende diversa, integrata ma allo stesso tempo potenzialmente deviante. In lei rivediamo un vessato e distrutto W.Smith che trova qualcosa di più importante della vita nell'amore. Nel caso di Smith si tratta dell'amore vero e proprio per una donna unito ad un diario che inizia a tenere. Nel caso della ragazza del film abbiamo l'amore di una donna sconosciuta e il diario di quest'ultima. Questo è uno dei messaggi più potenti del film. Solo quando avremo trovato qualcosa più importante della vita, un meccanismo che spazzi via la connaturata pulsione di autoconservazione o sopravvivenza saremo liberi, non avremo più paura, saremo animati e sostentati da fonti diverse da quelle biologiche ma ben più importanti. In una delle scene finali mi sembrava di vedere un tragico "cavaliere inesistente" alla Calvino. Privo di corpo e animato solo da dedizione. Passaggio molto bello quello del domino, del poliziotto che comprende, delle scene che sfilano angoscianti nella mente dei due agenti.

Il potere di far ridere: Satira
Un'ultima cosa molto divertente e vera del film che quasi può passare inosservata. Ad un certo punto il capo di Evey fa andare in onda un programma di satira. Mentre alle solite disobbedienze il governo reagisce con richiami davanti alla satira c'è una reazione violenta. Nelle risate della gente a casa ci mostra come il potere della satira stia nel delegittimare la fonte del potere, mettendola in ridere, scimmiottandola, prendendola in giro. In questo modo i contorni duri ed inflessibili sfumano e anche la tensione che tiene le persone legate alla televisione e lontane dalla strade a manifestare. Un film bellissimo, ne consiglio una o due visioni a tutte quelle persone con una minima capacità di analisi e introspezione.

V lo zapatista
"Marcos è gay a San Francisco, nero in Sudafrica, asiatico in Europa, chicano a San Isidro, anarchico in Spagna, palestinese in Israele, indigeno nelle strade di San Cristóbal, ragazzino di una gang a Neza, rocker a Cu, ebreo nella Germania nazista, ombudsman nella Sedena, femminista nei partiti politici, comunista nel dopo Guerra fredda, detenuto a Cintalapa,[..] E, per questo, tutti noi che lottiamo per un mondo diverso, per la libertà e l’emancipazione dell’umanità, tutti noi siamo Marcos."
Dai comunicati stampa del Sub Comandante Marcos.
"-Chi era?- Era Edmond Dantès .. ed era mio padre. E mia madre. Mio fratello. Un mio amico. Era lei .. ero io. Era tutti noi."
From V for Vendetta.
"Se vuoi conoscere Marcos basta solo guardarti allo specchio, perché anche tu sei Marcos, perché siamo tutti Marcos."
Dai comunicati stampa del Sub Comandante Marcos.

Notate qualcosa?

Filippo Carnevali

mercoledì, 10 gennaio 2007
di Nick24

miniodiaque2Alcuni giorni fa ho visto per la prima volta un film di cui conoscevo l’esistenza, ma che avevo sempre ignorato pensando che fosse il solito film anni ’70, ambientato in un futuro indefinito, con le solite ferraglie e cianfrusaglie fantascientifiche che piacciono tanto a Lucas (nei i primi Star Wars le ferraglie robotiche erano poesia però). Mi sbagliavo. Ho trovato un film intriso di esistenzialismo pop, di riflessioni dickiane sulla condizione umana al di fuori di ogni collocazione temporale, ampliando i problemi della società moderna (il film è del 1971) proiettandone il carico emotivo da essi derivato in un futuro possibile ma poco credibile, ed essendo però esso una grande allegoria del mondo attuale, la vera chiave di lettura interessante secondo me di quei film di fantascienza che non giocano solo sul fattore dello spettacolo visivo.

Di sicuro questo piccolo gioiello (dura un’ora e venti) della filmografia di Lucas non è una di quelle dozzinali baracconate futuristiche – anche divertenti peraltro – che invadono letteralmente le  sale cinematografiche negli ultimi periodi (“I figli degli uomini” non l’ho visto), ma è un film realizzato con un budget ridotto e con una grande idea poetica che è la vera anima del film.

Ambientato in una società orwelliana, dove lo stato è completamente padrone delle abitudini dei suoi affiliati, che siano esse morali o fisiche o sessuali, e dove si fa sempre promotore della felicità altrui, attraverso campagne per corrette abitudini salutistiche e comportamentali (ahi ahi tasto dolente anche nell’epoca dei Sirchia e dei Veronesi…) ed ovviamente gabbia della libertà umana, riflettendo tutti i totalitarismi del novecento, dai manganelli fascisti all’uguaglianza come concetto-missione del comunismo, per non parlare dell’ombra derivante dall’incubo nazista.

La storia di THX 1138, interpretato dal grande Robert Duvall, è quella di un reietto fuggiasco verso lidi di luce e libertà, lontano da quel modello sociale claustrofobico. L’amore è messo al bando ed il sesso è vietato dall’autorità (bellissime tra l’altro le scene d’amore tra i due protagonisti), e lui contravvenendo a ciò diventa un soggetto inaffidabile per la società, che decide quindi di provvedere alla sua eliminazione. Da qui la fuga, rocambolesca e onirica, tra le pareti bianche (Kubrick docet) dei corridoi della prigione-stato. Un finale meraviglioso, un immagine intensa, un uomo che brancola nell’alternanza di  luce e di buio della libertà riacquisita con sullo sfondo uno strano sole che brucia come non mai illuminando l’universo che gli sta attorno.

Silvano Agosti ha detto una volta che “lo schiavo non è tanto quello che ha la catena al piede, ma colui che non è più in grado di immaginarsi la libertà”. E’ quello di cui parla questo film.

lunedì, 08 gennaio 2007
di DanieleLombardi

"Avrebbe potuto registrare "Transformer 2-transformer 3" e altre versioni di "Walk on the wild side". Ma invece decise di compiere l'atto più coraggioso, mai visto nella storia del pop. Creò un'opera che scava a fondo nell'anima dell'artista, più di ogni lavoro pubblicato sulla scena americana negli ultimi 50 anni."
Bob Ezrin, produttore di Berlin

Era il 1973 quando Lou Reed dopo i fasti del miticoTrasformer pubblicò un album considerato ancora dalla maggior parte dei critici musicali il concept-album più intensamente profondo e psicoanalitico nella storia del rock. Perla nascosta nella discografia di Lou Reed, Berlin consacra Reed come l'autore più geniale e innovativo di quegli anni. Berlin per i più continua però ad essere famoso per il suo profondo spirito degradante e realista tanto che molti lo ricordano come "l'album più pessimista e deprimente" della storia rock.

Eppure questa è la conferma, semmai, dell'originalità e della genialità di questo disco: Umberto Eco, nelle sue analisi testuali, sostiene che la vera opera d’arte non è mai consolatoria, ma sempre problematica. Berlin è problemicità al cubo, nei testi e nella musica, un unicum tanto bello quanto triste nella sua radicalità pessimista.

Una città, così lontana dalla New York reediana simbolo dei fasti di Trasformer: Berlino: presa a simbolo come la città del degrado e della divisione con sottili riferimenti a Brecht. E su questo sfondo prende fuoco una storia d'amore sadomasochista, tristemente nichilista, realisticamente senza speranza, commovente senza con questo scadere mai nel patetico. Una coppia, Jim e Caroline, una coppia di tossici americani trapiantati a Berlino, dove conducono una vita misera e degradata che, inevitabilmente, sfocerà nella tragedia.

Tracce meravigliose dalla prima all'ultima (io impazzisco per la seconda parte di quel capolavoro che è  Caroline says) e che partendo dalla prima (Berlin, appunto, con uno straordinario accompagnamento musicale del solo pianoforte che rende, se possibile ancora più palpabile, un tono greve di acuta malinconia) attraversano il fascino decadente della Berlino raccontata da Reed e fanno vivere, a chi ascolta la disastrosa storia d'amore fra Jim e Caroline, delle vere e proprie fantasie di degrado: in una sorta di Icoinvolgimento è totale senza volerlo, Berlin ci costringe ad essere Jim, a essere Caroline, a essere Lou; i suoi drammi, le sue paure, le sue fragilità, le sue bassezze, le sue meschinità, le sue incertezze sono le nostre, e ci costringe a scavare nelle nostre coscienze, effettuando a nostra volta una autoanalisi spietata, perché in fondo ognuno di noi potrebbe essere, umanamente, come uno dei protagonisti. "Berlin", appunto, "Lady day" e ancora "Caroline says pt.1" danno l'idea del sogno, della quasi gioia, ma già circondata da un'atmosfera macabra. Che esplode in un continuo crescendo da "How do you think it feels" passando per "The Kids" e "The Bed" fino al riepilogo di tutto l'album rappresentato dalla fantastica e maestosa "Sad song". Liriche degne del miglior poeta maledetto del '900 e arrangiamenti che interagiscono magistralmente con le liriche stesse. Tutto questo ci fa dire come questo alubm rappresenti davvero il capolavoro assoluto (tra i tanti ) dell'autore newyorkese, e come merita un posto tra i più grandi dischi del '900, in un angolo tutto suo, che non è mai stato esplorato così in profondità da nessun'altra opera rock.

Accompagno volentieri questa recensione alla notizia che Berlin, 30 anni dopo la sua nascita, farà il suo ritorno sulle scene. Anzi lo ha già fatto: infatti a trentatre anni dalla pubblicazione lo scorso dicembre è andata in scena a New York la prima di “Berlin”, in cui Lou Reed ha portato dal vivo per la prima volta le canzoni di questo incredibile album. Per chi ha voglia di scaricarsi gli mp3 della prima di Berlin può farlo qui. Per chi invece vuole davvero passare una serata di vera musica da opera d'arte, non può mancare il 28 febbrario prossimo a Roma quando Berlin farà capolino anche in Italia.
Autore: Lou Reed
Titolo: Berlin
Anno: 1973
Genere: Rock
Etichetta: Rca
Voto: 10/10

Tracklist
1. Berlin
2. Lady Day
3. Man Of Good Fortune
4. Caroline Says I
5. How Do You Think It Feels
6. Oh Jim
7. Caroline Says II
8. Kids
9. Bed
10. Sad Song
Ascolta un pezzo di questo album:

venerdì, 15 dicembre 2006
di DanieleLombardi

Ve la ricordate la canzone dei Velvet Undergound nell'omonimo del 1969?

Here she comes
you'd better watch your step
She's going to break your heart in two
it's true
It's not hard to realise
just look into her false colored eyes
She'll build you up to just put you down
what a clown
'Cause everybody knows
(she's a femme fatale)
the things she does to please
(she's a femme fatale)
She's just a little tease
(she's a femme fatale)
See the way she walks
hear the way she talks
Era dedicata alla musa di Andy Warhol, tale Edie Sedgwick, una modella/ereditiera arrivata nella Grande Mela per dare una scossa alla sua vita per poi finire morta di un'overdose di barbiturici e alcol nel 1971. Su di lei George Hickenlooper ha girato un film "Factory girl", che ne racconta l'ascesa e la caduta.
La notizia sono le reazioni di due tra i più importanti ‘pezzi grossi' del periodo newyorkese degli anni 60/70 a cui il film non piace proprio.
Il corsera riporta l'incazzatura di Bob Dylan: che se la prende con un pò tutta la produzione del film, minacciando una bella denuncia generale se il lungometraggio verrà distribuito. Il motivo? Secondo i legali di Dylan, supportati da alcuni soci di Warhol, nel film ci sarebbe un grossolano errore storico: Edie Sedgwick era follemente innamorata di Bob del quale parla in alcuni nastri, ma si tratterebbe di un altro poeta e musicista, Bob Neuwirth. Invece nel film Dylan aiuterebbe Edie a uscire dalla Factory dove era diventata la compagna di chiunque fosse in possesso di droghe, ma in realtà i due si sarebbero incontrati solo tre volte prima della tragica fine dell'attrice e modella.
Quello che il Corsera non riporta è l'incazzatura ancora più violenta di Lou Reed sul film, Lou Reed che come sappiamo, era di casa nella Factory di Warhol e autore di Femme Fatale di cui sopra:
“E' una delle cose più disgustose e brutte che abbia mai visto. E' scritta da un ritardato analfabeta.Non c'è limite a quanto in basso puoi andare solo per guadagnare dei soldi.”
Factory girl sembra insomma essere deligittimato prima ancora della sua uscita ufficiale. Non è la prima volta che accade. Già Velvet Goldmine, film sugli sfrenati anni glam in inghilterra, fu snobbato da sir Davivd Bowie che non concesse mai i diritti delle sue canzoni per la colonna sonora. E come non dimenticare il buco nell'acqua di Oliver Stone con The Doors  disconosciuto dai più grandi fans del gruppo e considerato dai molti "un'operazione infame" dove Jim Morrison veniva dipinto come un ubriacone drogato diventato famoso solo per la sua morte?
Ancora una volta la ricostruzione storica di una vicenda artistica trova nel presente le sue diatribe. Vedremo come andrà a finire stavolta e se Factory Girl vedrà davvero la luce o verrà sepolto dalle polemiche.

venerdì, 17 novembre 2006
di melinda66

Su IBS, noto negozio di libri online, si raccolgono con molta democrazia i commenti di chiunque voglia esprimere la sua opinione su un libro che ha letto. Sono casualmente capitata proprio sul fantasmagorico inimitabile stupefacente capolavoro di Federico Moccia, Tre metri sopra il cielo. Ed ecco cosa ho trovato.

HO LETTO TRE METRI SOPRA IL CIELO E L'HO TROVATO A DIR POCO FANTASTICO. PER MENO DI UNA SETTIMANA NON FACEVO ALTRO CHE LEGGERE, LEGGERE E LEGGERE; E ALLA FINE NON HO PUTUTO NON COMMUOVERVI. è UN LIBRIO BELLISSIMO. GRANDE MOCCIA...
ciaoooooooooooooooooooooooooooo......nn ho parole nè sul film nè sul libro.....entrambi sono stratosfericamente meravigliosi.il libro l'ho letto un centinaio di volte;e nn me ne sn pentita!!!GRAZIE FEDERICO... 6 1 GRANDE
E' decisamente fantastico.... Anche se, dopo aver letto Ho Voglia Di Te, mi sono resa conto che il secondo libro mi ha coinvolto di più... Ma in quanto a romanticismo tutti e due i libri sono straordinari!!! Li adoro!!! Leggeteli se volete provare più sentimenti insieme e immedesimarvi nei personaggi!!!
Questa ammirazione incondizionata (nonchè milioni di errori di battitura e grammaticali) viene da tredici-quattordicenni che probabilmente non hanno mai letto un vero libro in vita loro e - mi rivolgo in particolare alla seconda - forse facevano meglio a leggere Tre metri sopra il cielo una volta sola e le altre 99 leggere qualcos'altro, tanto per avere un termine di paragone che non sia Cioè.
è vero...sn daccordo kn tt coloro ke pensano ke il film è bellissimo anke xke c'è riccardo scamarcio...E' BONISSIMO!!!beata katy louise saunders ke ha avuto qst